my daydream seems as one inside of you

palleprima di lasciarci un altro anno alle spalle, volevo pubblicare questo post, che tengo in caldo nella mia testa già da un po’

nell’educazione sentimentale del giovane luca, talmente eterogenea e variopinta da non emergere mai su queste pagine, tanta tanta parte ha avuto la musica
in particolare la musica roghenròl prodotta negli anni novanta del secolo scorso, anni decisivi nella formazione artistica e culturale del sottoscritto, che viveva la sua anonima adolescenza nella bambagia ingenua della roma bene, schivando divertimenti omologati e crescendo orgogliosamente ma non troppo a pane e seattle
e all’interno del suddetto decennio d’oro, rivestiva per lui un’incommensurabile preziosità l’anno del signore 1991, vetta suprema nella storia del rock, la cui fondamentale importanza estetica e di significato tuttavia non poteva vivere in diretta giacché il ragazzo navigava nel suo decimo anno di età, e come riferimenti aveva ancora michael jordan, michael jackson e lupo alberto
saranno gli anni immediatamente successivi a sconvolgerlo nella sua ovatta, e a fargli scoprire la bellezza di un anno così: anni di chitarrette in cameretta, di capelli un po’ più lunghi e scapocciamenti a volumi un po’ più elevati, di suoni un po’ più duri e un po’ più malinconici, un po’ più veri della plastica che lo circondava

il glorioso 1991 è stato indubbiamente un anno ricco, musicalmente succedevano talmente tante cose che bastavano per riempirne cinque (soprattutto cinque anni dei primi 2000, che da questo punto di vista ci hanno fatto penare)
in particolare, è stato un anno che ha rigenerato la musica mondiale, a tutti gli effetti si chiudevano i commerciali anni ottanta e si apriva un nuovo decennio, una nuova epoca d’oro
da una parte le poche vere leggende degli anni ’80 lanciavano gli ultimi fuochi d’artificio: usciva il doppio use your illusion dei guns, in pratica uno splendido circo fatiscente, l’ultimo giorno di uno sgangherato carnevale, un esempio perfetto della dissoluzione lenta ma inesorabile di una grande rock band, con questi afflati di grandiosità tutta apparente che probabilmente dovevano suonare inopportuni e improbabili già allora, ma che comunque risuonavano ovunque, anche nelle mie sbarbe orecchie
i guns n’ roses sono stati l’apoteosi dell’icona rock, avevano tutto quello che serviva, e anche la loro decadenza faceva parte del gioco; io li ho adorati, per quello che vale l’adorazione di un preadolescente, anche se dentro di me ho sempre saputo che erano finti: forse però era proprio questo il punto, lasciarsi andare all’illusione, usarla, approfittare di lei così come lei si approfittava di me, e lo facevo con gli occhi pieni di queste immagini sfolgoranti e irraggiungibili, li guardavo su videomusic ed era come vedere un film americano, niente di sincero ma tutto così fottutamente fico
lo stesso anno usciva dangerous di michael jackson, forse l’unico tra i dischi qui citati che ho avuto modo di procurarmi e ascoltare proprio quando è uscito: ricordo ancora la tdk pirata che mio padre mi aveva regalato, consumata milioni di volte dentro la radio a cassette di famiglia, quei suoni facili e però ben strutturati che mi invogliavano a saperne di più, l’ingordigia con cui divoravo la videocassetta del concerto di bucarest dell’anno successivo
è stato il mio primo contatto con la musica, michael jackson: tutto sommato poteva andarmi peggio, dai
nel ’91 usciva anche l’incredibile achtung baby degli u2, un capolavoro di rinnovamento e di abilità stilistica, per quei quattro tizi che passavano dalle americanate piene d’anima di rattle and hum a questo sound così nuovo, così europeo, così “è caduto il muro di berlino e la nuova storia sonora d’europa ve la scriviamo noi” (invidia pazzesca e imperitura per il genio compositivo e non solo)
uscivano poi anche il black album dei metallica, ultimo disco decente dell’epopea metal anni ottanta, che non ho mai amato ma che mi sono sempre divertito a suonare, e innuendo dei queen, ultimo disco in studio del gruppo, pochi mesi prima della morte di freddie mercury, semplicemente il più grande cantante di tutti i tempi

dall’altra parte nascevano gruppi fondamentali per la storia del rock e per la crescita spirituale del sottoscritto: parlo dei rage against the machine (indimenticabile il concerto al palaeur nel febbraio del 2000, il più devastante e divertente a cui sia mai andato, io appena maggiorenne, ricordo ancora le botte che ho preso), della dave matthews band, dei portishead
a manchester nascevano gli oasis, e contemporaneamente a londra i blur pubblicavano il loro primo disco, leisure, aprendo la via al brit pop che dominerà gli anni novanta (senza nulla togliere a pulp e stone roses, eh, per carità, che sono amici e ci voglio bene): la rivalità calcolata tra oasis e blur mi contagiò e mi accompagnò per tutti i novanta, indeciso su quale parte prendere, con una leggera propensione per i primi
i massive attack con blue lines aprivano la strada al triphop e a tutta l’elettronica elegante del famoso bristol sound, dal nome della città portuale da dove molti dei gruppi più influenti in questo campo (parlo di triggy e degli stessi portishead) erano partiti
ma soprattutto

ma soprattutto il 1991 esce nevermind dei nirvana e il movimento grunge esplode e allaga tutto il mondo, me compreso
non starò qua a sbrodolare la mia infinita cultura sulle innumerevoli produzioni musicali fuoriuscite da seattle e dintorni nel ’91 e negli anni successivi, perché ci metterei troppo e alla fine ho pure una vita eh, che cacchio
però ci tengo a ricordare due-tre cose accadute proprio in quel periodo, in un limitato arco di tempo, le cui conseguenze però sono arrivate fino a me e tutto sommato mi hanno cambiato l’esistenza, pur se a distanza di anni da quando sono successe, modellando inesorabilmente il mio modo di approcciare alla musica e alla vita
innanzitutto la morte di andrew wood, eccentrico cantante dei mother love bone, brillante promessa dell’hard rock mondiale, che decide di esagerare con l’eroina un’ultima volta poche settimane prima dell’uscita del primo disco ufficiale della sua band, apple, del 1990: la triste fine di wood spinge il suo ex compagno di stanza chris cornell a mettere su un gruppo improvvisato e scrivere canzoni di tributo al talentuoso amico scomparso, chiamando a collaborare con lui il suo compagno batterista nei soundgarden matt cameron, due ex componenti dei mother love bone stone gossard e jeff ament, e un nuovo chitarrista mike mcready
chi non sa chi sono questi signori per me può anche smettere di leggere
ah, in alcune canzoni c’è anche eddie vedder
no, niente, così
temple of the dog (questo è il nome dell’album, ma anche del gruppo, da un verso di una canzone dei mlb) è un disco bellissimo, dieci canzoni che raccontano la tensione musicale di quegli anni meglio di qualsiasi libro o documentario: è un ibrido, un passaggio da un suono heavy a qualcosa di più grezzo, più stropicciato, e le tematiche affrontate nei testi, pur così personali e intimi nella loro dedica all’amico, svelano l’anima decadente e irrequieta di un’intera generazione
la mia generazione, eccheccavolo

contemporaneamente, molti dei signori elencati sopra mettevano su un gruppo chiamato pearl jam, registravano un po’ di pezzi e pubblicavano un disco d’esordio intitolato ten
e bum, il mio cervello esplode
l’ho comprato che avevo non più di 15 anni, quando i cinque ragazzi stavano già a no code, però che botta pazzesca: è stato come un interruttore che scatta, queste chitarre così intense, questa voce così calda, questi ritmi così incalzanti, così necessari
ho adorato ten, ma ancora di più i successivi vs, vitalogy e no code, più ruvidi e diretti, senza alcun orpello plasticoso di post-produzione, ad evidenziare ulteriormente la distanza tra la finzione dello showbusiness e l’identità autentica di un gruppo che vuole scrivere e suonare solo musica, no strings attached, e raggiungere un pubblico senza subire speculazioni o manipolazioni

infine, gish
gli smashing pumpkins
il gruppo più meravigliosamente mio della storia del rock
amore infinito
gish è il loro disco d’esordio, hanno poco più di vent’anni, non hanno nessuna esperienza né copertura, eppure si chiudono in studio per quattro mesi con il mitico butch vig e creano questa perfezione
suoni cupi e tormentati, tra il noise e lo shoegaze, chitarre tiratissime e batteria irrefrenabile, voce inconfondibile, a volte tagliente a volte dolcissima, per un prodotto finale con uno stile assolutamente unico
ho cominciato la mia esperienza con le zucche all’uscita del doppio mellon collie and the infinite sadness, nel 1995, la mia bibbia personale per quanto riguarda la musica: un disco enorme, maestoso, con tutto quello che si può desiderare
la prima volta che ho sentito tonight, tonight alla radio non potevo credere alle mie orecchie, era come se mi conoscessero: ricordo perfettamente il momento, il luogo in cui stavo, le emozioni che ho provato
poi ho amato con tutto me stesso, anzi di più, ho “vissuto” il precedente, siamese dream, che per troppo tempo mi ha accompagnato, segnandomi clamorosamente
ho comprato di tutto, possessivo come sono: dischi, cofanetti, magliette, spartiti, ho assistito agli ultimi due concerti romani, nel ’98 e nel 2000, disperandomi per l’imminente addio
avevo deciso di ritardare l’acquisto di gish il più possibile, perché sapevo che sarebbe stato l’ultimo assaggio di un frutto che aveva saziato la mia intera adolescenza, e che poi sarebbe scomparso per sempre: alla fine un regalo me lo ha fatto arrivare, e scoprire le origini del mio mito personale è stato meraviglioso e tristissimo, dunque perfettamente nella poetica della band
li ho amati e li amo tutt’ora, e ho tagliato i ponti con qualunque cosa abbia fatto billy corgan dopo il 2000
non torneranno mai più, così come non torneranno mai più quegli anni lì, ma non li ho mai salutati del tutto
amore infinito

in conclusione, sono perfettamente consapevole del fatto che nel ’91 saranno stati pubblicati anche altri indubbi capolavori, tipo blood sugar sex magik dei red hot o out of time dei rem, o chissà cos’altro, e che qui si è invece fatta bruta selezione personale: non ne ho scritto fondamentalmente perché non mi hanno riguardato, non li ho vissuti o fatti miei neanche lontanamente, se comparati alle musiche di cui ho parlato qui sopra

ecco, potete prendere questa lista impregnata di nostalgia canaglia fino all’ultimo byte semplicemente come dei validi consigli per i regali del natale, che lo so, è appena trascorso, ma se siete in ritardo e mi date retta non sbagliate
in realtà invidio chi non ha ancora avvicinato l’orecchio a questa musica, perché da allora non ho più avuto emozioni così forti e immediate, se non con pochissimi gruppi, e invece sono sempre pronto ad affezionarmi a qualcun’altro, a farmi guidare
ero giovane, dall’orecchio vergine e malleabile, mentre ora mi lascio conquistare sempre meno, e non so se dare la colpa alla mia età o alla musica che gira intorno: voglio solo averne ancora la possibilità, e non passare per un vecchio che si lamenta che non ci sono più i cantanti di una volta
argh, si vede proprio che ho compiuto trent’anni da poco?

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2 thoughts on “my daydream seems as one inside of you

  1. diciamo che s’intuiva, più che altro 🙂
    ma cosa c’è di male poi , in fondo? queste epopee un po’ alla Nick Hornby palpitano vita, emozioni, sudore, voce sgolata … mi auguro decisamente di diventare anch’io, tra poco, una trentenne così, lo stile “trentenne alla Fabio Volo” lo trovo decisamente agghiacciante 😛

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