i told you ‘bout all those fears, and away they did run

discesaè arrivato financo il maggio odoroso, ragazzi miei, e io non ho ancora pubblicato la mia classifica delle canzoncine del 2012, forse è il caso che la smetta di menare il giorno in altre facezie e mi dedichi di più a queste amorevoli tradizioni
partiamo subito, va, ché tanto le mie chiacchiere inutili non le legge nessuno

al numero dieci vagabond, dei wolfmother
recuperata da un bel disco di qualche anno fa grazie a un film carino (500 days of summer) che ho visto la primavera scorsa
bluesetto essenziale, chitarra voce e percussione, almeno all’inizio molto gradevole: poi in effetti cresce precipitosamente verso un distorto un po’ volgare, che forse potevano risparmiarsi almeno in quest’ultima traccia di un album tutto molto tirato, che mi fece molta compagnia ai tempi (metà dei gli anni 2000, se non sbaglio)
il film pure è gradevole: niente di che, eh, per carità, è infarcito di ammiccamenti hipster che personalmente mi hanno dato noia dopo pochi secondi, ma racconta una storia quasi d’amore in un modo se non altro originale
la colonna sonora poi è assai gagliarda

al numero nove laredo, dei band of horses
perché con quattro soldi al mercatino di tor pignattara si trovano anche dei gioielli inaspettati

al numero otto lover of the light, di mumford and sons
che mi stanno rispettosamente antipatici, come già specificato in questo blog, perché  pieni di sé e di gente che li compiace, e a me invece mi sanno più furbi che talentuosi
la canzone però si fa ascoltare, ma soprattutto il video si fa vedere, perché opera di uno degli attori più maestosamente fichi della sua generazione

al numero sette my country, di tune-yards
disco buffo, sperimentale e divertente, sentito e risentito per tutta la prima parte dell’anno
un anno in cui tra l’altro ho avuto molte poche occasioni per sentire musica nuova, sempre distrattamente, sempre di rimbalzo
infatti l’album da cui è presa è del 2011, e probabilmente ne sono venuto a conoscenza solo grazie alle classifiche di fine anno fatte da qualche rivista prestigiosa o da qualche blogger illuminante: è solo grazie a tali classifiche che mi sono tenuto un minimo aggiornato, selezionando i dischi da procurarmi in base alla qualità determinata dalla presenza o meno in lista
se scrivo ogni anno questa classifica è anche per ringraziarli e nel mio piccolo imitare la loro opera di bene

al numero sei cities, degli hey marseilles
suoni eleganti e ben sviluppati, è stata la prima canzone che ho ascoltato con le cuffie nuove, per godere immediatamente della perfezione sonora di strumenti classici digitalizzati
è un po’ che lotto per procurarmi l’intero album, ma sto ancora perdendo la mia battaglia

al cinque cherokee, di cat power
perché tutti mi hanno parlato un gran bene di questo disco, e sì, è un disco carino, ma questa canzone è troppo superiore al resto

al quattro ticket to ride, dei così, lì, quelli
(non sapevo quale scegliere, in realtà)
come forse gli attenti e affezionatissimi lettori di questo blog avranno già avuto modo di scoprire, il 2012 è stato un anno importante, per me
di tutti i tantissimissimi aspetti da tenere sotto controllo, realizzare la playlist per l’aperitivo a bordo piscina è stata forse l’attività più gradita dal sottoscritto, che ci si è dedicato con tutta la sapienza e la certosina minuziosità che l’occasione imponeva
ho scelto tutta musica anni ’60, allegra e soleggiata, per accompagnare col sorriso momenti che ho ancora tatuati nella testa e nel cuore
in particolare questa era la prima, e ricordo perfettamente il momento in cui è stato premuto il tasto play

al tre dirty paws, degli of monsters and men
definiti (da me, ma probabilmente anche da moltissimi altri) la risposta islandese agli arcade fire, sono forse più dolci e sognanti dei loro maestri canadesi, e regalano un folk simpatico impregnato di quelle atmosfere eteree, quasi fiabesche, tipiche dei musicisti che vengono da quell’isola
il disco è molto molto bello, ho mancato di un soffio il loro concerto a roma un paio di mesi fa e ancora soffro

al secondo posto yer fall, di hey rosetta!
gruppo canadese bello numeroso, disco molto rockettone e gustosissimo, pieno di strumenti e di arrangiamenti interessanti, questa canzone meravigliosa si distingue dalle altre per la ricercatezza della composizione, secondo me
(mi piace un sacco provare a dare giudizi tecnici super-obiettivi, cercare termini universali e sofisticati, e poi piazzare un “secondo me” alla fine che fa crollare tutto)
i cinque quarti, raga
e poi di nuovo a sei ottavi, e in mezzo il pianoforte, i crescendo, le mille chitarre, gli archi
bello bello

ma poiché questa classifica si basa spudoratamente sul numero di ascolti, al numero uno vince per distacco simple song, dei the shins
e ho capito che non riesco ancora a staccarmi dalle sonorità arcade fire, e anzi sono stato un anno a cercare sostituti, perché anche questa canzone potrebbe essere uscita da un loro disco
il video poi è molto carino, con i figli radunati che assistono a un video messaggio del padre già morto che li ha radunati nella loro casa d’infanzia e li sfida a trovare l’eredità nascosta prima che arrivi l’impresa di demolizione

basta, sentitevi queste canzoni, sono belle e meritano almeno qualche istante del vostro tempo
e poi anche quest’anno ve le regalo, che buono che sono, potete scaricarle comodamente e amichevolmente cliccando qui
almeno finché non mi beccano…

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controlling my feelings for too long

stazioneè un po’ di tempo che vado girando per l’italia senza sosta, vuoi per motivi di lavoro (il più delle volte), vuoi per svago (raramente, ma con soddisfazione), e giocoforza mi astengo dal seguire le deprimenti vicende politiche nostrane, non ho il tempo necessario né lo spirito giusto, mi sembra tutto così astratto, così scollato dalla realtà
realtà che invece vivo e vedo con i miei occhi tutte le volte che entro in una fabbrica o attraverso le periferie e le zone industriali, tutte le volte che parlo con i miei coetanei e condividiamo le nostre storie di lotta quotidiana al limite del ridicolo per una vita dignitosa
come puoi affezionarti poi alle beghe di omini politici senza un minimo di spessore, cultori dell’emergenza che gli garantisce la poltrona? cosa sanno loro di me, di noi?

c’è un episodio che mi perseguita da quando vi ho assistito in prima persona, ormai sarà passato un mesetto, niente, non mi esce dalla testa, il mio cervello vi è andato in loop, due scene apparentemente lontante che mi ripropone in continuazione sia da dormiente che da sveglio

tornavo a casa da lavoro in motorino, frastornato nei miei pochi pensieri, e mentre ero fermo a un semaforo lungo via xx settembre vedevo tre o quattro ragazzi, facce stanche e vestiti comodi, che trascinando pesanti telecamere in spalla scattavano all’arrivo di un solenne macchinone dai vetri oscurati, riprendendo affannati l’entrata di qualche pezzo grosso a me sconosciuto
li vedo correre allo sportello da cui stava probabilmente uscendo uno dei famigerati “saggi” (scelta del vocabolo per me imperdonabile), li vedo supplicare una parola, un cenno di rispetto, un qualcosa che desse un senso ad un attesa evidentemente lunga e sotto il sole, in cambio di pochi secondi di disponibilità
niente, l’anziano potente tira dritto, testa bassa e mano alzata in segno di stop

non potevo non immedesimarmi in loro, nella loro frustrazione, non potevo non vedere in questa scena una metafora del nostro tempo, dei nostri diritti cancellati per mano di inaccessibili volontà, impermeabili a qualsiasi tentativo di dialogo, incoronate da nessuno
la risposta che aspettavano quei ragazzi andava ben oltre qualsiasi domanda immediata e di convenienza potessero aver formulato in quell’istante: era la risposta ad intere generazioni che vedono i propri presenti e i propri futuri infrangersi contro un muro altissimo, costruito in decenni di lotte e imposizioni dall’alto, un muro che ci sta facendo sprofondare
pensavo a quanto avrei resistito da mandarlo a quel paese a gran voce, quel vecchio saggio, icona di un’italia maschilista e elitaria e partitocratica, che con una semplice mano debolmente alzata schermava via tutte le richieste di ascolto che vengono dal paese reale

pochi minuti dopo, mentre ancora in motorino pensavo e ripensavo all’episodio, scuro nelle mie elucubrazioni, imboccavo la via casilina e all’altezza del ponte del pigneto, divincolandomi in un traffico eccessivo pure per una normale giornata romana, mi trovavo di fronte il motivo di tante macchine e di tanti clacson: davanti a me auto della polizia e dei carabinieri, due ambulanze e una camionetta dei pompieri, ferme quasi in mezzo alla strada, e tanti uomini in divisa che cercavano di domare il traffico per proteggere la scena dalla curiosità sadica di tanti occhi
li ho visti solo per qualche istante, mentre una guardia mi invitava nervosamente a cambiare strada: due ragazzi, zaini in spalla, all’apparenza giovanissimi, avevano scavalcato la recinzione del ponte ed erano seduti in equilibrio assai precario sull’orlo della ferrovia, i binari a una decina di metri sotto di loro, due vigili del fuoco che tentavano di dissuaderli mentre architettavano un modo per trarli in salvo senza rischi
eccola, l’altra faccia dell’italia vera, la disperazione
che si può manifestare in tanti modi diversi, dallo sparare a un vedovo padre di famiglia al tentare il suicidio sui binari sotto all’isola del pigneto
ma c’è, è inutile negarla

sono tornato a casa più tormentato che mai, ho passato la serata e la successiva giornata alla ricerca di notizie di quei due ragazzi, ma non ho trovato nulla, per fortuna
alla fine non si saranno buttati, così come alla fine i giornalisti rimbalzati dal potente non lo hanno mandato a quel paese
stavolta è andata bene, ma quanto durerà?