every day is exactly the same

alarm

ogni. fottutissimo. giorno.

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one step inside doesn’t mean you understand

guglieche disagio, parlare della politica italiana
un imbarazzo sempre crescente, da che ho coscienza, ma non bisogna perdere l’abitudine, non bisogna lasciare che il callo si ammorbidisca, altrimenti poi diventa pericoloso, aumentano le ombre, cedono le consapevolezze e camminare su queste strade fa più male

la distanza tra popolo e potere, tra rappresentati e rappresentanti, non è mai stata così profonda, esecutivo e camere sono espressione di rapporti di forza che nell’arco di meno di un anno, chi prima e chi dopo, sono stati sconfessati da quanto è successo nelle urne e nei giochi di palazzo
facce diverse, più giovani, hanno preso la scena, nuove alleanze e nuove sigle si sono affacciate, vecchi partiti e antichi mattatori si sono visti mettere da parte, ma il cambio vero, di rotta o di generazione, non c’è stato, i meccanismi e le dinamiche che guidano gli attori del teatrino sono sempre gli stessi

da novembre 2011, da quando cioè è stato deposto il fan-faraone, napolitano ha preso in mano le briglie del paese imbizzarrito e ingovernabile e tutti insieme si è sperato che le cose potessero cambiare, a conti fatti è stato perso un sacco di tempo
le larghe intese di monti prima e letta poi avevano il compito di trainare, a colpi di fiducie e per mezzo di energiche mazzate fiscali, il paese fuori dal guado, anzi dal guano di una crisi spietata, allineandolo alle altre potenze europee in difficoltà, affrontando e risolvendo le nostre incoerenze economiche con la forza di una maggioranza parlamentare mai vista prima: il risultato invece dice il contrario, siamo senza dubbi la nazione che meno è riuscita a combattere la crisi, che non ha saputo trovare gli strumenti e anzi sembra aver combinato più danni che altro
nel frattempo, due parlamenti interi consecutivi, depauperati delle loro prerogative istituzionali, venivano incaricati da napolitano di portare a casa un unico, raggiungibilissimo risultato: la nuova legge elettorale

sono passati ventisei mesi ormai e forse solo ora cominciano a muovere i primi svogliati passi in quella direzione, con la confusione e la doppiezza di sempre
c’è da sottolineare poi che questo improvviso risveglio non è casuale, ma è dovuto al provvidenziale intervento della consulta, che a distanza di otto anni ha giudicato incostituzionale la legge elettorale precedente, cioè il meccanismo che ha portato alla determinazione delle ultime tre legislature e dunque delle maggioranze che hanno deciso gli ultimi governi e che hanno votato le due nomine consecutive di napolitano, che a sua volta ha scelto con loro gran parte dei membri della consulta, che ha bocciato la legge in questione, che al mercato mio padre comprò
dunque una vera porcata, come ebbe a dire l’illustre primo firmatario di quel provvedimento, uno degli individui più disgustosi che abbiano messo piede nelle istituzioni italiane (ma non l’unico e di certo non l’ultimo)
e per fortuna che la corte costituzionale ha finalmente posto un limite a questo scempio, costringendo a lavorare fior di onorevoli altrimenti distratti

(non sarà certamente sfuggito che gli ultimi scossoni alla vita politica nazionale li hanno dati la magistratura, smacchiando il parlamento dal giaguaro, e la consulta, rimescolando tutto: bello sapere che due delle cose più naturali per una democrazia sana, cioè allontanare i suoi frutti marci e darsi delle regole condivise, per noi sono irraggiungibili, e che solo l’intervento esterno può salvarci dall’inedia)

certo, per chi come me non si lascia troppo affascinare dalle manovre e alle dinamiche di palazzo, tutte le discussioni formali sulla nuova legge elettorale e i cavilli pro o contro questa o quella forza politica, le soglie le liste e i premi, danno una limpida impressione di fuffa inutile e poco interessante
il paese sta crollando, e qui si continua a tagliare il capello in quattro
lo facessero, per carità, si divertissero pure ad alambiccare soluzioni per tornaconti personali, ma vi prego non perdiamo di vista quello che conta veramente!

oh well the devil makes us sin, but we like it when we’re spinning in his grip

dervisci

c’è una tradizione a cui tengo, che poi una tradizione non è, visto che è pochissimo che la porto avanti, ma ci tengo lo stesso e ve la propongo nuovamente
è la classifica delle canzoni più ascoltate dal vostro affezionatissimo nel corso dell’anno appena concluso, ordinate secondo precisi criteri apodittici e inconfutabili, incisi sul mio cuoricino
dieci le canzoni, dieci i link ai video su youtube, un unico collegamento alla cartella compressa dove recuperare i pezzi e scaricarli sul proprio lettore, a vostra disposizione, per apprezzarli ed eventualmente discuterli col sottoscritto (basta cliccare sull’ultima frasetta del post)
quest’anno poi è andata meglio del previsto, dal punto di vista della vendemmia musicale, vuoi per le cuffie nuove, vuoi soprattutto per la conquista della stanzetta personale in ufficio, che mi ha permesso di immergermi nella musica molto più spesso che in passato
vai

al numero dieci better living through chemistry, dei queens of the stone age
che vuole essere da una parte un omaggio a breaking bad, di cui ho visto le ultime puntate proprio in chiusura di 2013 e che rimane una delle serie più belle, ben scritte e ben recitate di tutti i tempi
e dall’altra un ricordo dell’illusione effimera che ho nutrito per pochi istanti, un mesetto fa circa, quando ho scoperto che josh homme e compagnia suoneranno a roma questa estate: la mia partecipazione al concertone sarà molto improbabile, e me ne cruccio, perché un po’ di pogate scioglistress è sempre una mano santa, ma ci saranno cose più importanti a cui pensare
la canzone è presa dal secondo disco dei qotsa, che avrà più o meno una quindicina d’anni, ora non mi va di controllare, ed è forse la più vicina al sound dei kyuss, tutto chitarre rozze e pesanti, che secondo me era molto gagliardo

al nove suspicious minds di elvis
(per dire quanto è aggiornatissima questa classifica)
nella versione rigorosamente dal vivo a las vegas nel 1975, con lui che fa l’occhiolino alla corista che quasi ha un mancamento
ci ha accompagnato piacionico e insolente durante il nostro roadtrip estivo in salento e poi nei primi mesi nella casa nuova, indimenticabili balletti celentanici mentre spostavamo scatoloni
mitico elvis

all’otto i local natives con who knows who cares
che non è nel loro disco del 2013 ma in quello precedente, il primo, gorilla manor, del 2010
ma è la mia preferita, loro, e giunge puntuale a ricordare il migliore dei pochissimi concerti che ho visto quest’anno, al black out qui vicino casa, poca gente soffitto basso amplificazione esagerata che spernacchiava qualsiasi tipo di suono, e io che non mi ero mai sentito così anziano
loro sono bravi bravi, mi sa che li ho già inseriti in qualche classifica degli anni passati, e se non l’ho fatto me ne pento, perché sono simpatici e trascinanti e li consiglio davvero a grandi e piccini

al sette good times bad times, dei led zeppelin
perché è stato un anno pieno di hard rock, questo, per tenermi su attraverso mesi lunghi e assai faticosi, ma di cui sto raccogliendo un po’ di frutti
e i led zeppelin mi hanno tenuto parecchia compagnia, avrò rispolverato l’intera discografia, ma ogni volta che ci ripenso mi torna sempre questa canzone, la primissima del loro repertorio, 1969 (credo)
ta-da!
ta-da!
in the days of my youth i was told what it means to be a maaan
ta-da!
magnifica
poi quest’anno ho visto un film documentario su una chiacchierata tra tre chitarristi di tre epoche diverse, spaziando tra le loro radici, la loro ricerca, il loro suono, e uno di questi era jimmy page, maestro totale, che anche a settant’anni è sempre il più elegante e sacerdotale e seducente di tutti

al numero sei.. eh, al numero sei ero indeciso su cosa mettere, perché ci sono due dischi e due canzoni che hanno totalizzato esattamente lo stesso numero di ascolti, poi alla fine trattandosi di due gruppi molto simili come suoni ho deciso di mettere la mia preferita
dunque, al sei ho messo rolling waves dei the naked and famous
band neozelandese, assai pop, dolce voce femminile, suoni elettronici sinteticissimi, interessanti
l’alternativa era the mother we share dei chvrches, che era sulla stessa falsariga, però più semplice, meno ricercato

al cinque ball and biscuit dei white stripes
uno dei pezzi blues più sexy e sanguinolenti del nostro secolo, jack white è bravissimo e io gli devo delle scuse per tutte le volte che l’ho snobbato
guardandolo nel documentario di cui parlavo prima (it might get loud, era uno dei tre protagonisti insieme a jimmy page e a the edge) non ho potuto fare a meno di innamorarmene, lui e la sua sincera ricerca di comunicare, trascurando il mezzo e la forma, per arrivare alla sostanza, al messaggio, al blues più essenziale e diretto
bravissimo

al quattro loniterp dei verdena
altro gruppo che ho trascurato per decenni, e invece sono bravissimi
questa canzone in particolare potrebbe essere stata scritta dagli interpol (di cui peraltro è un voluto anagramma) e soprattutto potrebbe essere stata suonata da loro, perché la qualità della produzione, della resa sul disco, è davvero eccellente
sono probabilmente il miglior gruppo italiano da presentare all’estero, per far vedere di cosa siamo capaci
non posso però fare a meno di notare i loro testi, completamente senza senso, cuciti insieme apparentemente solo per rientrare nella metrica, nel suono, che viene prima di tutto: intendiamoci, ho adorato il suicidio dei samurai, requiem e il doppio wow per tutto il 2013, solo che ogni volta mi riscoprivo a canticchiare parole senza né capo né coda mi sentivo un cretino (più del solito, almeno)

al numero tre never gonna give you up, dei black keys
perché il 2013 è stato anche l’anno in cui ho concluso luther, serie televisiva inglese capolavoro, che ho amato dalla prima all’ultima inquadratura
e chi ha visto l’episodio finale sa il perché, tra tutte le canzoni del repertorio black keys (cui ho dato fondo per tutto l’anno, last.fm mi conferma che sono stati il gruppo che ho ascoltato di più), ho scelto proprio questa

al numero due hannah hunt dei vampire weekend
proseguendo con le scuse, devo rimangiarmi quanto ho detto anche per i vampire weekend, che ho sempre considerato un gruppo furbetto e superficiale, e invece nel 2013 hanno sfornato questo modern vampires of the city che è semplicemente perfetto
hannah hunt è forse la più arcadefireiana della tracklist, con questo pianoforte prima timido poi sicuro di sé, un po’ alla ocean of noise (capolavorissimo)
il resto del disco poi è da applausi, coerente, intelligente, è come se questi quattro scavezzacollo bostoniani si fossero improvvisamente riscoperti adulti, con una consapevolezza diversa, e come se questo disco fosse il loro primo approccio all’età della maturità
lo avrei messo volentieri al primo posto, perché è il disco che ho più divorato nel 2013, ma qui si parla esclusivamente di canzoni, quindi pazienza

e al numero uno infatti c’è paradise circus, dei massive attack
ovvero la sigla oscura e sensualissima di luther
una canzone noir, se così si può dire, che ricalca perfettamente le atmosfere cupe e di introspezione psicologica, ma anche di scontro con la superficie, con la carne, con l’umanità, descritte magistralmente nella serie
(quando penso che la bbc produce cose come luther o come sherlock, mentre i soldi del nostro canone vanno a don matteo, be’…)

buon ascolto!

hold me in your everlasting arms

antenna

ho cinquantadue anni e mi dedico seriamente alla scrittura da quando ne avevo ventuno. spesso mi capita di domandarmi se scrivere stia diventando piú facile. temo che la risposta sia no. a quanto pare scrivere non è un’attività che si semplifica con l’andare del tempo; non è possibile «buttare giú» un romanzo solo perché fai questo mestiere da qualche decennio. certe volte mi pare che la questione si riduca a un problema di forma fisica: scrivere richiede un’enorme quantità di energia. invecchiare non aiuta. è fondamentale convincersi di avere tra le mani qualcosa di nuovo, di fresco, qualcosa che sia decisamente diverso da tutto ciò che l’ha preceduto, anche se può trattarsi solo di un’illusione. poi naturalmente occorrerà scavare piú a fondo ogni volta e compiere ricerche accurate per arrivare a un materiale che non assomigli a quello già utilizzato. con il passare degli anni sai sempre qualcosa di piú sulle tue abitudini mentali, sulla struttura dei tuoi pensieri. diventi molto scettico e vuoi evitare il piú possibile di ripeterti. continuo a credere che tra un romanzo e l’altro sia necessario inserire un pezzo di vita; mi pare che ogni romanzo debba essere scritto da una persona leggermente diversa.

ian mcewan, bbc radio 3, novembre 2000

buon 2014 a tutti