fear, she’s the mother of violence

pescatore

sono sempre più convinto che quest’estate passerà alla storia non solo per il caldo, che non accenna a diminuire, ma anche perché sul mono-tema dei migranti, unico e onnipresente nell’altrimenti spento dibattito politico, la maggioranza degli italiani ha finalmente scavallato l’ultimo ostacolo di dignità e ha raggiunto una posizione di fascismo conclamato e compiaciuto
sì, perché non abbiamo lavoro, viviamo nell’incertezza e nelle difficoltà, nell’ignoranza e nella paura, e però per noi la colpa è di quei ventimila o poco più che ogni anno vengono qui a disturbarci, a insidiarci, a invaderci, noi che siamo sessanta milioni

e in questa funambolica impresa dell’opinione pubblica, grande merito ha avuto la spinta di mass media a caccia di clic di polemica facili e la sempiterna rincorsa dei partiti della nazione alla pancia del paese
(che poi secondo me la vera pancia del paese sono loro, i partiti intendo)

aiutiamoli a casa loro“, tuona renzi, proponendo una cover in salsa pop(ulista) di un evergreen del leghismo più hardcore
“non abbiamo il dovere morale di aiutare nessuno”: certo, come no, come se, tra colonialismi di varia natura e di varie stagioni, non avessimo alcuna responsabilità sulle condizioni di disperazione in cui si trovano continenti interi
ma pure fosse, come si fa a star fermi e non sentirsi schifosi? come si fa a restare impermeabili alla sofferenza altrui? e di più, come si fa a voler convincere gli altri di avere ragione e a volerli contagiare con la propria indifferenza? e più di tutti, come si fa a farlo da leader del principale partito di centrosinistra?

la rincorsa esasperata alle istanze della destra è quasi completa, ormai c’è sovrapponibilità quasi totale tra le frasi, i commenti, le proposte e le azioni dei tre blocchi sedicenti contrapposti
altro che ponte sullo stretto, qua siamo anni luce oltre in termini di visione del mondo e scala di valori
innanzitutto il concetto secondo cui l’emergenza sia solo nostra, non loro: la crisi dei migranti esiste nel momento in cui la subiamo noi, il punto di vista è il nostro ed è il punto di vista di chi si deve difendere, di chi è solo contro tutti i brutti e cattivi che vogliono portarci via le nostre poche cose
perché riflettere sui motivi di questa crisi? perché fare i conti con le nostre responsabilità secolari e recentissime? meglio lasciare lì il nostro bel reato di clandestinità, anzi, magari proporre un codice di umanità, così nessuno li aiuta più
gli imponiamo di restare nel loro inferno e noi siamo più sereni a prepararci per il nostro
occhio non vede, nero non sbarca, cuore non duole

trovo agghiacciante che si sia arrivati alla definizione di migrante economico, per distinguerlo dal migrante perseguitato, come se la sopravvivenza dei primi non fosse poi così meritata
è in locuzioni ricercate come questa che si nasconde il nuovo razzismo che impregna la classe dirigente nazionale ma anche europea, ed è un razzismo diverso, più sottile, più sofisticato, più presentabile, che ti fa sentire diverso dallo sguaiato razzismo bieco e ad alzo zero dei vari salvini e compagnia
ma è razzismo punto e basta, e fa spavento che tra i primi ad usarle sia stato quel macron alla cui vittoria elettorale abbiamo guardato con un certo sollievo

se macron, il campione dell’europeismo più spinto, l’uomo immagine dell’establishment più moderno e cool, è in grado di chiudere la porta in faccia a chi ha più bisogno, se in tutta tranquillità si mette a respingere senza pietà chi arriva da continenti da noi colonizzati e sfruttati per secoli in cerca di una vita dignitosa (tipo neymar, insomma…), se per stanare dei poveracci al confine con ventimiglia arriva ad organizzare spaventose cacce all’uomo con i cani, cosa avrebbe fatto la le pen?
per non parlare del governo austriaco, che minaccia chiusure e ritorsioni, e a capo del quale c’è quell’alexander van der bellen cui avevamo sì applaudito quando aveva battuto il suo avversario ultranazionalista hofer
questa è l’europa di cui facciamo parte, e a cui siamo perfettamente allineati

io è questo capovolgimento dei valori comuni che non sopporto più, questa lotta di classe tra poveri, questa costante difesa dell’orticello da chi sta messo peggio
orticello che di giorno in giorno è sempre più arido e incoltivabile, ma noi ci si fa forza delle disgrazie altrui, e anche se zappiamo la sabbia ridiamo di chi non ha nemmeno quella
continuiamo a perdere potere, controllo delle nostre vite, siamo vittime inermi di scelte lontane, la politica è altrettanto impotente, paghiamo con i nostri diritti e il nostro benessere le crisi economiche imposte da organismi sovranazionali e ingestibili, smarriamo punti di riferimento e non facciamo altro che chiuderci dentro, e a chiudere fuori tutti gli altri, e mentre difendiamo la nostra miseria non ci accorgiamo di quello che stiamo perdendo, e di come chi ci domina sia sempre più ricco e distante
siamo come il proverbiale giapponese a cui non hanno spiegato che la guerra è finita da un pezzo, siamo in guerra con i nostri vicini, rosichiamo e ci rosicchiamo a vicenda, ci nutriamo di violenza, verbale e non, mentre la nostra felicità evapora e non sappiamo dove sia andata a finire

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every time the sun goes up, i’m in trouble

paperachi, come me, ha la grande fortuna di spendere queste giornate nella sempre rosea capitale o in un’altra grande città a scelta della nostra sempre rosea penisola, non può fare a meno di avvertire una leggera, quasi impercettibile nota di disagio nell’allontanarsi a più di trenta-quaranta centimetri da un condizionatore sparato a potenza massima, o nell’avvicinarsi a qualunque essere umano vivente che non sia nella ristretta cerchia dei suoi affetti e non gli stia portando un ghiacciolo

eh già, perché fa calduccio, signora mia, sa?
eh lo so, dice che durerà ancora qualche giorno
eh ma non è mai stato così, mi ricordo che anni fa ha fatto caldo ma non così tanto
eh ma dice che sono i cambiamenti climatici, però quest’inverno pure ha fatto freddo, no?
eh ma questo caldo qua, mica me lo ricordavo

non si parla d’altro
nei bar, sui mezzi pubblici, sui social network mentre si sta appiccicati a divani e letti, dovunque
non si parla d’altro
la cosa triste è che questo caldo insopportabile per noi resterà un argomento da chiacchiera estiva, da foto al cruscotto della macchina lasciata al sole, e che tra qualche mese sarà per lo più dimenticato, tranne forse un retrogusto amaro quando si comincerà a programmare l’estate 2018; per la politica italiana invece nemmeno quello, perché il global warming non è un argomento che fa vincere in campagna elettorale, non suscita ottimismo né speranza, non buca lo schermo, perché non è risolvibile con un decreto d’urgenza o una fiducia, ma anzi impone strategie a lungo termine e impegni da statisti che nessuna delle forze politiche oggi in parlamento è in grado di sostenere
eppure è lì, anzi, è qui in mezzo a noi, lo vediamo e lo sentiamo con la nostra pelle (sudata), con il nostro boccheggiare dopo pochi passi al sole, con le nostre bollette elettriche, con la nostra acqua che non c’è

occorre un cambiamento climatico anche nell’agenda di chi decide, negli obiettivi di chi ha potere
anche per uno stato relativamente piccolo come il nostro, senza aspettare che siano altri a fare le prime mosse
perché affrontare e combattere questa urgenza planetaria è anche un’opportunità di sviluppo, di lavoro, di innovazione e avanguardia
e si può e si deve cominciare ora, adesso, anche semplicemente con programmi di informazione, di educazione, a partire dalle scuole

e noialtri, mi raccomando, votiamo solo partiti che abbiano in programma la lotta ai cambiamenti climatici, mi raccomando