tearjerker

angelonon ho grandi ricordi in prima persona dell’epopea dei nirvana, quando andavano di moda io ero alle medie, ricordo solo la noia nei confronti del fratello maggiore di una compagna di classe che aveva imparato il giro di basso di come as you are e lo proponeva ad ogni occasione (io ci sarei arrivato, con la stessa ostinata passione, solo un paio d’anni dopo), e lo stupore per queste coetanee improvvisamente vestite a lutto per la morte di un illustre qualcuno che avevo sentito a malapena nominare (“tu non puoi capire…”)

ho capito solo dopo, l’importanza di questo gruppo, la necessità storica della figura di kurt cobain, che ha aperto la strada all’invasione delle mie tenere orecchie da parte di orde di rozze chitarrozze del nordovest americano
non lo ringrazierò mai abbastanza e non lo rimpiangerò mai abbastanza, questo ragazzo così schivo e triste, così piccolo rispetto al mondo ostile e spietato che gli girava intorno, così indifeso nei confronti di chi lo spremeva per succhiare fino all’ultima goccia del suo talento e della sua purezza
profonda tenerezza e immensa rabbia, ciò che provo ancora quando riguardo le foto che ogni media sta proponendo in questi giorni, e non c’ero ma immagino benissimo cosa scrivevano allora, quando lo vedevano disarmato combattere l’asettico castello di illusioni e superficialità che gli costruivano intorno, quando non si riconosceva nelle etichette che si ritrovava affibbiate addosso dagli arroganti sconosciuti, quando cercava in tutti i modi di scappare dal vuoto e rifugiarsi nell’altrove, non riuscendoci quasi mai

non riesco a non pensare che ci sia stata una deliberata volontà, da parte di chi si arricchiva delle sue sofferenze, nel farlo superare il limite, nel creare il personaggio immortale grazie alla sua tragica scomparsa, e mi viene da vomitare, perché chissà quanto avrebbe potuto ancora darci, quanta bellezza avrebbe potuto condividere, quante emozioni avremmo potuto vivere con lui

‘cause the one who hurts
can give so much
you gave me such

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oh well the devil makes us sin, but we like it when we’re spinning in his grip

dervisci

c’è una tradizione a cui tengo, che poi una tradizione non è, visto che è pochissimo che la porto avanti, ma ci tengo lo stesso e ve la propongo nuovamente
è la classifica delle canzoni più ascoltate dal vostro affezionatissimo nel corso dell’anno appena concluso, ordinate secondo precisi criteri apodittici e inconfutabili, incisi sul mio cuoricino
dieci le canzoni, dieci i link ai video su youtube, un unico collegamento alla cartella compressa dove recuperare i pezzi e scaricarli sul proprio lettore, a vostra disposizione, per apprezzarli ed eventualmente discuterli col sottoscritto (basta cliccare sull’ultima frasetta del post)
quest’anno poi è andata meglio del previsto, dal punto di vista della vendemmia musicale, vuoi per le cuffie nuove, vuoi soprattutto per la conquista della stanzetta personale in ufficio, che mi ha permesso di immergermi nella musica molto più spesso che in passato
vai

al numero dieci better living through chemistry, dei queens of the stone age
che vuole essere da una parte un omaggio a breaking bad, di cui ho visto le ultime puntate proprio in chiusura di 2013 e che rimane una delle serie più belle, ben scritte e ben recitate di tutti i tempi
e dall’altra un ricordo dell’illusione effimera che ho nutrito per pochi istanti, un mesetto fa circa, quando ho scoperto che josh homme e compagnia suoneranno a roma questa estate: la mia partecipazione al concertone sarà molto improbabile, e me ne cruccio, perché un po’ di pogate scioglistress è sempre una mano santa, ma ci saranno cose più importanti a cui pensare
la canzone è presa dal secondo disco dei qotsa, che avrà più o meno una quindicina d’anni, ora non mi va di controllare, ed è forse la più vicina al sound dei kyuss, tutto chitarre rozze e pesanti, che secondo me era molto gagliardo

al nove suspicious minds di elvis
(per dire quanto è aggiornatissima questa classifica)
nella versione rigorosamente dal vivo a las vegas nel 1975, con lui che fa l’occhiolino alla corista che quasi ha un mancamento
ci ha accompagnato piacionico e insolente durante il nostro roadtrip estivo in salento e poi nei primi mesi nella casa nuova, indimenticabili balletti celentanici mentre spostavamo scatoloni
mitico elvis

all’otto i local natives con who knows who cares
che non è nel loro disco del 2013 ma in quello precedente, il primo, gorilla manor, del 2010
ma è la mia preferita, loro, e giunge puntuale a ricordare il migliore dei pochissimi concerti che ho visto quest’anno, al black out qui vicino casa, poca gente soffitto basso amplificazione esagerata che spernacchiava qualsiasi tipo di suono, e io che non mi ero mai sentito così anziano
loro sono bravi bravi, mi sa che li ho già inseriti in qualche classifica degli anni passati, e se non l’ho fatto me ne pento, perché sono simpatici e trascinanti e li consiglio davvero a grandi e piccini

al sette good times bad times, dei led zeppelin
perché è stato un anno pieno di hard rock, questo, per tenermi su attraverso mesi lunghi e assai faticosi, ma di cui sto raccogliendo un po’ di frutti
e i led zeppelin mi hanno tenuto parecchia compagnia, avrò rispolverato l’intera discografia, ma ogni volta che ci ripenso mi torna sempre questa canzone, la primissima del loro repertorio, 1969 (credo)
ta-da!
ta-da!
in the days of my youth i was told what it means to be a maaan
ta-da!
magnifica
poi quest’anno ho visto un film documentario su una chiacchierata tra tre chitarristi di tre epoche diverse, spaziando tra le loro radici, la loro ricerca, il loro suono, e uno di questi era jimmy page, maestro totale, che anche a settant’anni è sempre il più elegante e sacerdotale e seducente di tutti

al numero sei.. eh, al numero sei ero indeciso su cosa mettere, perché ci sono due dischi e due canzoni che hanno totalizzato esattamente lo stesso numero di ascolti, poi alla fine trattandosi di due gruppi molto simili come suoni ho deciso di mettere la mia preferita
dunque, al sei ho messo rolling waves dei the naked and famous
band neozelandese, assai pop, dolce voce femminile, suoni elettronici sinteticissimi, interessanti
l’alternativa era the mother we share dei chvrches, che era sulla stessa falsariga, però più semplice, meno ricercato

al cinque ball and biscuit dei white stripes
uno dei pezzi blues più sexy e sanguinolenti del nostro secolo, jack white è bravissimo e io gli devo delle scuse per tutte le volte che l’ho snobbato
guardandolo nel documentario di cui parlavo prima (it might get loud, era uno dei tre protagonisti insieme a jimmy page e a the edge) non ho potuto fare a meno di innamorarmene, lui e la sua sincera ricerca di comunicare, trascurando il mezzo e la forma, per arrivare alla sostanza, al messaggio, al blues più essenziale e diretto
bravissimo

al quattro loniterp dei verdena
altro gruppo che ho trascurato per decenni, e invece sono bravissimi
questa canzone in particolare potrebbe essere stata scritta dagli interpol (di cui peraltro è un voluto anagramma) e soprattutto potrebbe essere stata suonata da loro, perché la qualità della produzione, della resa sul disco, è davvero eccellente
sono probabilmente il miglior gruppo italiano da presentare all’estero, per far vedere di cosa siamo capaci
non posso però fare a meno di notare i loro testi, completamente senza senso, cuciti insieme apparentemente solo per rientrare nella metrica, nel suono, che viene prima di tutto: intendiamoci, ho adorato il suicidio dei samurai, requiem e il doppio wow per tutto il 2013, solo che ogni volta mi riscoprivo a canticchiare parole senza né capo né coda mi sentivo un cretino (più del solito, almeno)

al numero tre never gonna give you up, dei black keys
perché il 2013 è stato anche l’anno in cui ho concluso luther, serie televisiva inglese capolavoro, che ho amato dalla prima all’ultima inquadratura
e chi ha visto l’episodio finale sa il perché, tra tutte le canzoni del repertorio black keys (cui ho dato fondo per tutto l’anno, last.fm mi conferma che sono stati il gruppo che ho ascoltato di più), ho scelto proprio questa

al numero due hannah hunt dei vampire weekend
proseguendo con le scuse, devo rimangiarmi quanto ho detto anche per i vampire weekend, che ho sempre considerato un gruppo furbetto e superficiale, e invece nel 2013 hanno sfornato questo modern vampires of the city che è semplicemente perfetto
hannah hunt è forse la più arcadefireiana della tracklist, con questo pianoforte prima timido poi sicuro di sé, un po’ alla ocean of noise (capolavorissimo)
il resto del disco poi è da applausi, coerente, intelligente, è come se questi quattro scavezzacollo bostoniani si fossero improvvisamente riscoperti adulti, con una consapevolezza diversa, e come se questo disco fosse il loro primo approccio all’età della maturità
lo avrei messo volentieri al primo posto, perché è il disco che ho più divorato nel 2013, ma qui si parla esclusivamente di canzoni, quindi pazienza

e al numero uno infatti c’è paradise circus, dei massive attack
ovvero la sigla oscura e sensualissima di luther
una canzone noir, se così si può dire, che ricalca perfettamente le atmosfere cupe e di introspezione psicologica, ma anche di scontro con la superficie, con la carne, con l’umanità, descritte magistralmente nella serie
(quando penso che la bbc produce cose come luther o come sherlock, mentre i soldi del nostro canone vanno a don matteo, be’…)

buon ascolto!

i told you ‘bout all those fears, and away they did run

discesaè arrivato financo il maggio odoroso, ragazzi miei, e io non ho ancora pubblicato la mia classifica delle canzoncine del 2012, forse è il caso che la smetta di menare il giorno in altre facezie e mi dedichi di più a queste amorevoli tradizioni
partiamo subito, va, ché tanto le mie chiacchiere inutili non le legge nessuno

al numero dieci vagabond, dei wolfmother
recuperata da un bel disco di qualche anno fa grazie a un film carino (500 days of summer) che ho visto la primavera scorsa
bluesetto essenziale, chitarra voce e percussione, almeno all’inizio molto gradevole: poi in effetti cresce precipitosamente verso un distorto un po’ volgare, che forse potevano risparmiarsi almeno in quest’ultima traccia di un album tutto molto tirato, che mi fece molta compagnia ai tempi (metà dei gli anni 2000, se non sbaglio)
il film pure è gradevole: niente di che, eh, per carità, è infarcito di ammiccamenti hipster che personalmente mi hanno dato noia dopo pochi secondi, ma racconta una storia quasi d’amore in un modo se non altro originale
la colonna sonora poi è assai gagliarda

al numero nove laredo, dei band of horses
perché con quattro soldi al mercatino di tor pignattara si trovano anche dei gioielli inaspettati

al numero otto lover of the light, di mumford and sons
che mi stanno rispettosamente antipatici, come già specificato in questo blog, perché  pieni di sé e di gente che li compiace, e a me invece mi sanno più furbi che talentuosi
la canzone però si fa ascoltare, ma soprattutto il video si fa vedere, perché opera di uno degli attori più maestosamente fichi della sua generazione

al numero sette my country, di tune-yards
disco buffo, sperimentale e divertente, sentito e risentito per tutta la prima parte dell’anno
un anno in cui tra l’altro ho avuto molte poche occasioni per sentire musica nuova, sempre distrattamente, sempre di rimbalzo
infatti l’album da cui è presa è del 2011, e probabilmente ne sono venuto a conoscenza solo grazie alle classifiche di fine anno fatte da qualche rivista prestigiosa o da qualche blogger illuminante: è solo grazie a tali classifiche che mi sono tenuto un minimo aggiornato, selezionando i dischi da procurarmi in base alla qualità determinata dalla presenza o meno in lista
se scrivo ogni anno questa classifica è anche per ringraziarli e nel mio piccolo imitare la loro opera di bene

al numero sei cities, degli hey marseilles
suoni eleganti e ben sviluppati, è stata la prima canzone che ho ascoltato con le cuffie nuove, per godere immediatamente della perfezione sonora di strumenti classici digitalizzati
è un po’ che lotto per procurarmi l’intero album, ma sto ancora perdendo la mia battaglia

al cinque cherokee, di cat power
perché tutti mi hanno parlato un gran bene di questo disco, e sì, è un disco carino, ma questa canzone è troppo superiore al resto

al quattro ticket to ride, dei così, lì, quelli
(non sapevo quale scegliere, in realtà)
come forse gli attenti e affezionatissimi lettori di questo blog avranno già avuto modo di scoprire, il 2012 è stato un anno importante, per me
di tutti i tantissimissimi aspetti da tenere sotto controllo, realizzare la playlist per l’aperitivo a bordo piscina è stata forse l’attività più gradita dal sottoscritto, che ci si è dedicato con tutta la sapienza e la certosina minuziosità che l’occasione imponeva
ho scelto tutta musica anni ’60, allegra e soleggiata, per accompagnare col sorriso momenti che ho ancora tatuati nella testa e nel cuore
in particolare questa era la prima, e ricordo perfettamente il momento in cui è stato premuto il tasto play

al tre dirty paws, degli of monsters and men
definiti (da me, ma probabilmente anche da moltissimi altri) la risposta islandese agli arcade fire, sono forse più dolci e sognanti dei loro maestri canadesi, e regalano un folk simpatico impregnato di quelle atmosfere eteree, quasi fiabesche, tipiche dei musicisti che vengono da quell’isola
il disco è molto molto bello, ho mancato di un soffio il loro concerto a roma un paio di mesi fa e ancora soffro

al secondo posto yer fall, di hey rosetta!
gruppo canadese bello numeroso, disco molto rockettone e gustosissimo, pieno di strumenti e di arrangiamenti interessanti, questa canzone meravigliosa si distingue dalle altre per la ricercatezza della composizione, secondo me
(mi piace un sacco provare a dare giudizi tecnici super-obiettivi, cercare termini universali e sofisticati, e poi piazzare un “secondo me” alla fine che fa crollare tutto)
i cinque quarti, raga
e poi di nuovo a sei ottavi, e in mezzo il pianoforte, i crescendo, le mille chitarre, gli archi
bello bello

ma poiché questa classifica si basa spudoratamente sul numero di ascolti, al numero uno vince per distacco simple song, dei the shins
e ho capito che non riesco ancora a staccarmi dalle sonorità arcade fire, e anzi sono stato un anno a cercare sostituti, perché anche questa canzone potrebbe essere uscita da un loro disco
il video poi è molto carino, con i figli radunati che assistono a un video messaggio del padre già morto che li ha radunati nella loro casa d’infanzia e li sfida a trovare l’eredità nascosta prima che arrivi l’impresa di demolizione

basta, sentitevi queste canzoni, sono belle e meritano almeno qualche istante del vostro tempo
e poi anche quest’anno ve le regalo, che buono che sono, potete scaricarle comodamente e amichevolmente cliccando qui
almeno finché non mi beccano…

cosa ti aspetti da me?

frattali

buon natale eh
come, non s’era detto che per noi è natale tutto l’anno?
e allora auguri, vecchi miei
oh oh oh

e visto che di solito è sotto natale che fanno i bilanci dell’anno appena trascorso, ritengo di essere perfettamente in tempo per srotolare qui la mia personalissima classifica delle dieci canzoni più ascoltate del 2011

(madò che brutto incipit che mi sono inventato, argh)
(va be’, andiamo con la musica va, che è meglio)

al numero dieci next exit degli interpol, la traccia iniziale di antics, il loro secondo disco
che è incredibilmente bello, soprattutto considerando che il primo era incredibilmente bello
è una traccia lenta, da ripartenza, me li immagino, quei quattro ragazzi, reduci da un tour infinito per la promozione di turn on the bright lights, con i postumi del successo esplosivo e l’etichetta soffocante di icone della nuova ondata indie newyorkese, che vorrebbero tanto rilassarsi prima di ripartire
e allora tirano fuori questa ennesima dichiarazione d’amore alla city, che è parte di loro e loro sono parte di lei, che li protegge e li aiuta a farsi forza, ché la strada è lunga
e poi niente, subito dopo parte evil e siamo di nuovo tutti a scapocciare

al nove metto in our bedroom after the war degli stars, che sarà pure schifosamente dolce ma a me questo tipo di dolcezza piace assai, ne vado ghiotto
la guerra è finita, è tempo di festeggiare, e noi festeggiamo standocene a letto, chiusi in stanza
è finita la guerra dentro di noi, e finalmente abbiamo modo di riappacificarci con noi stessi, ed è un giubilo quando succede, una vera esplosione di gioia, dopo tanta sofferenza
(di solito non capisco mai i testi delle canzoni, preferisco sempre dare una mia interpretazione, che magari non c’entra niente ma secondo me “suona bene” con il resto)

all’otto parklife dei blur
che avrà pure raggiunto ormai la maggiore età, come canzone, ma è troppo divertente
l’ho riascoltata l’anno scorso per caso al matrimonio di un mio caro amico, quasi persa in mezzo alle banalità del solito dj intrattenitore mediocre, eppure appena l’ho riconosciuta ho iniziato a ballare come un disperato, 90’s kid che non sono altro
ecco, la vedevo come la voglia di festeggiare che avrei voluto trasmettere il giorno del mio matrimonio, tutta salti e risate e spensieratezza brit-pop

al sette another world dei chemical brothers
un po’ di elettronica fa bene
la canzone mi ricorda la vacanza estiva in sardegna, gli spostamenti in macchina, fissare il sole basso di fronte al finestrino dopo che il mare ti ha asciugato la pelle e la mente da tutti i pensieri

al sei i deftones con digital bath
ecco, a questa invece associo ricordi completamente diversi
questa è la canzone del risveglio brusco e di cattivo umore, della metro a di roma la mattina rigorosamente in piedi, delle spinte e dei capelli della gente parcheggiati sotto il mio naso, delle facce pallide e della assoluta impermeabilità a qualsivoglia contatto umano, almeno fino al primo caffè
la voce di chino moreno e il muro di suono delle chitarrone dei deftones mi hanno aiutato parecchio

la prima canzoncina italiana è al numero cinque, ed è il giorno dopo di eva mon amour
“potevamo prenderci per mano
ma tu la mano l’hai nascosta nella tasca
potevamo prenderci per culo
ma tu il culo l’hai nascosto sulla faccia”
grandi

al quattro le coppie de i cani, la novità indie italica più chiacchierata del 2011
(che poi tipo mi sa che tipo è l’unica canzone del 2011 della lista, tipo)
in tutta franchezza, all’inizio pensavo oh no, un altro sfigatone pompato dai giornaletti hipster che già solo per questo mi dovrebbe stare antipatico, tipo vasco brondi
però poi ho realizzato che alla fine nella categoria di cui sopra rientrano anche gli offlaga disco pax, e io quei mattacchioni lì li adoro, dunque bando ai pregiudizi, diamo una chance anche a questo sconosciuto dalle belle speranze, per di più romano!
e ho fatto bene, perché lui, il pischelletto che si è nascosto tanto furbescamente per mesi dietro i cani (in tutti i sensi), è bravo e simpatico, e la canzone è un manuale della vita di coppia davvero appropriato, quasi sconcertante per la sua aderenza alla realtà meno conosciuta delle dinamiche amorose
(certo se non vi piacciono gli arrangiamenti fatti con la tastierina casio allora potete anche saltare alla tre)

al terzo posto tra le canzoni che ho più ascoltato nel 2011 c’è in the mausoleum di beirut
ma potrebbe esserci qualsiasi altra sua canzone, l’anno scorso ho divorato la sua discografia, mi ha aiutato a mantenere gli orizzonti aperti

al secondo posto the last of the melting snow dei leisure society
che lo so che a luglio, con settanta gradi all’ombra, parlare di neve che si scioglie è perlomeno sconveniente, eppure la canzone merita
è di una dolcezza sconfinata, io l’ho scoperta guardando il teaser video della realizzazione di tree of codes, l’ultimo libro di jonathan safran foer, uno dei miei autori viventi prediletti
(non so se parlarvi del libro o della canzone, a questo punto)
va be’, fatto sta che questa colonna sonora meravigliosa è comparsa nella mia vita proprio al momento giusto per restarci incatenata per sempre: era il periodo in cui l’assorbimento nello stress pre-matrimonio non era ancora giunto, c’era solo l’incantesimo dell’idea di preparare il giorno più bello della mia vita, e questa canzone era perfetta per accompagnare il mio mood da innamorato perso

la canzone che però ho ascoltato di più nel 2011 è di tutt’altro genere, come al solito
è vestirsi male dei ministri
è il tipo di testo che mi sento cucito addosso al primo ascolto, perché racconta la mia generazione, quella in cui non ho mai trovato pace
un po’ come i pariolini di diciott’anni de i cani, oppure i giovani d’oggi degli afterhours: il sabato in barca a vela lunedì al leoncavallo, e io a guardarli schifato, con solo la voglia di scatarrarci su
figli educati con le scarpe ancora bianche, io le sporcavo per sembrare un po’ più interessante
c’è tutto un disagio tardoadolescenziale che mi risale, ogni volta che la ascolto, e sono contento che uno dei gruppi più interessanti in giro in italia sappia raccontare con tale precisione le cose che sento io

buon ascolto!

(buon ascolto davvero, perché quest’anno le canzoni ve le faccio anche scaricare, le trovate qui, sperando di non pestare i piedi a nessuno)

(scusate, non riesco a non ripensarci: con l’ignobile trovata introduttiva del post mi sarò sicuramente giocato anche l’ultimo lettore di questo blog, me lo confermate?)

my daydream seems as one inside of you

palleprima di lasciarci un altro anno alle spalle, volevo pubblicare questo post, che tengo in caldo nella mia testa già da un po’

nell’educazione sentimentale del giovane luca, talmente eterogenea e variopinta da non emergere mai su queste pagine, tanta tanta parte ha avuto la musica
in particolare la musica roghenròl prodotta negli anni novanta del secolo scorso, anni decisivi nella formazione artistica e culturale del sottoscritto, che viveva la sua anonima adolescenza nella bambagia ingenua della roma bene, schivando divertimenti omologati e crescendo orgogliosamente ma non troppo a pane e seattle
e all’interno del suddetto decennio d’oro, rivestiva per lui un’incommensurabile preziosità l’anno del signore 1991, vetta suprema nella storia del rock, la cui fondamentale importanza estetica e di significato tuttavia non poteva vivere in diretta giacché il ragazzo navigava nel suo decimo anno di età, e come riferimenti aveva ancora michael jordan, michael jackson e lupo alberto
saranno gli anni immediatamente successivi a sconvolgerlo nella sua ovatta, e a fargli scoprire la bellezza di un anno così: anni di chitarrette in cameretta, di capelli un po’ più lunghi e scapocciamenti a volumi un po’ più elevati, di suoni un po’ più duri e un po’ più malinconici, un po’ più veri della plastica che lo circondava

il glorioso 1991 è stato indubbiamente un anno ricco, musicalmente succedevano talmente tante cose che bastavano per riempirne cinque (soprattutto cinque anni dei primi 2000, che da questo punto di vista ci hanno fatto penare)
in particolare, è stato un anno che ha rigenerato la musica mondiale, a tutti gli effetti si chiudevano i commerciali anni ottanta e si apriva un nuovo decennio, una nuova epoca d’oro
da una parte le poche vere leggende degli anni ’80 lanciavano gli ultimi fuochi d’artificio: usciva il doppio use your illusion dei guns, in pratica uno splendido circo fatiscente, l’ultimo giorno di uno sgangherato carnevale, un esempio perfetto della dissoluzione lenta ma inesorabile di una grande rock band, con questi afflati di grandiosità tutta apparente che probabilmente dovevano suonare inopportuni e improbabili già allora, ma che comunque risuonavano ovunque, anche nelle mie sbarbe orecchie
i guns n’ roses sono stati l’apoteosi dell’icona rock, avevano tutto quello che serviva, e anche la loro decadenza faceva parte del gioco; io li ho adorati, per quello che vale l’adorazione di un preadolescente, anche se dentro di me ho sempre saputo che erano finti: forse però era proprio questo il punto, lasciarsi andare all’illusione, usarla, approfittare di lei così come lei si approfittava di me, e lo facevo con gli occhi pieni di queste immagini sfolgoranti e irraggiungibili, li guardavo su videomusic ed era come vedere un film americano, niente di sincero ma tutto così fottutamente fico
lo stesso anno usciva dangerous di michael jackson, forse l’unico tra i dischi qui citati che ho avuto modo di procurarmi e ascoltare proprio quando è uscito: ricordo ancora la tdk pirata che mio padre mi aveva regalato, consumata milioni di volte dentro la radio a cassette di famiglia, quei suoni facili e però ben strutturati che mi invogliavano a saperne di più, l’ingordigia con cui divoravo la videocassetta del concerto di bucarest dell’anno successivo
è stato il mio primo contatto con la musica, michael jackson: tutto sommato poteva andarmi peggio, dai
nel ’91 usciva anche l’incredibile achtung baby degli u2, un capolavoro di rinnovamento e di abilità stilistica, per quei quattro tizi che passavano dalle americanate piene d’anima di rattle and hum a questo sound così nuovo, così europeo, così “è caduto il muro di berlino e la nuova storia sonora d’europa ve la scriviamo noi” (invidia pazzesca e imperitura per il genio compositivo e non solo)
uscivano poi anche il black album dei metallica, ultimo disco decente dell’epopea metal anni ottanta, che non ho mai amato ma che mi sono sempre divertito a suonare, e innuendo dei queen, ultimo disco in studio del gruppo, pochi mesi prima della morte di freddie mercury, semplicemente il più grande cantante di tutti i tempi

dall’altra parte nascevano gruppi fondamentali per la storia del rock e per la crescita spirituale del sottoscritto: parlo dei rage against the machine (indimenticabile il concerto al palaeur nel febbraio del 2000, il più devastante e divertente a cui sia mai andato, io appena maggiorenne, ricordo ancora le botte che ho preso), della dave matthews band, dei portishead
a manchester nascevano gli oasis, e contemporaneamente a londra i blur pubblicavano il loro primo disco, leisure, aprendo la via al brit pop che dominerà gli anni novanta (senza nulla togliere a pulp e stone roses, eh, per carità, che sono amici e ci voglio bene): la rivalità calcolata tra oasis e blur mi contagiò e mi accompagnò per tutti i novanta, indeciso su quale parte prendere, con una leggera propensione per i primi
i massive attack con blue lines aprivano la strada al triphop e a tutta l’elettronica elegante del famoso bristol sound, dal nome della città portuale da dove molti dei gruppi più influenti in questo campo (parlo di triggy e degli stessi portishead) erano partiti
ma soprattutto

ma soprattutto il 1991 esce nevermind dei nirvana e il movimento grunge esplode e allaga tutto il mondo, me compreso
non starò qua a sbrodolare la mia infinita cultura sulle innumerevoli produzioni musicali fuoriuscite da seattle e dintorni nel ’91 e negli anni successivi, perché ci metterei troppo e alla fine ho pure una vita eh, che cacchio
però ci tengo a ricordare due-tre cose accadute proprio in quel periodo, in un limitato arco di tempo, le cui conseguenze però sono arrivate fino a me e tutto sommato mi hanno cambiato l’esistenza, pur se a distanza di anni da quando sono successe, modellando inesorabilmente il mio modo di approcciare alla musica e alla vita
innanzitutto la morte di andrew wood, eccentrico cantante dei mother love bone, brillante promessa dell’hard rock mondiale, che decide di esagerare con l’eroina un’ultima volta poche settimane prima dell’uscita del primo disco ufficiale della sua band, apple, del 1990: la triste fine di wood spinge il suo ex compagno di stanza chris cornell a mettere su un gruppo improvvisato e scrivere canzoni di tributo al talentuoso amico scomparso, chiamando a collaborare con lui il suo compagno batterista nei soundgarden matt cameron, due ex componenti dei mother love bone stone gossard e jeff ament, e un nuovo chitarrista mike mcready
chi non sa chi sono questi signori per me può anche smettere di leggere
ah, in alcune canzoni c’è anche eddie vedder
no, niente, così
temple of the dog (questo è il nome dell’album, ma anche del gruppo, da un verso di una canzone dei mlb) è un disco bellissimo, dieci canzoni che raccontano la tensione musicale di quegli anni meglio di qualsiasi libro o documentario: è un ibrido, un passaggio da un suono heavy a qualcosa di più grezzo, più stropicciato, e le tematiche affrontate nei testi, pur così personali e intimi nella loro dedica all’amico, svelano l’anima decadente e irrequieta di un’intera generazione
la mia generazione, eccheccavolo

contemporaneamente, molti dei signori elencati sopra mettevano su un gruppo chiamato pearl jam, registravano un po’ di pezzi e pubblicavano un disco d’esordio intitolato ten
e bum, il mio cervello esplode
l’ho comprato che avevo non più di 15 anni, quando i cinque ragazzi stavano già a no code, però che botta pazzesca: è stato come un interruttore che scatta, queste chitarre così intense, questa voce così calda, questi ritmi così incalzanti, così necessari
ho adorato ten, ma ancora di più i successivi vs, vitalogy e no code, più ruvidi e diretti, senza alcun orpello plasticoso di post-produzione, ad evidenziare ulteriormente la distanza tra la finzione dello showbusiness e l’identità autentica di un gruppo che vuole scrivere e suonare solo musica, no strings attached, e raggiungere un pubblico senza subire speculazioni o manipolazioni

infine, gish
gli smashing pumpkins
il gruppo più meravigliosamente mio della storia del rock
amore infinito
gish è il loro disco d’esordio, hanno poco più di vent’anni, non hanno nessuna esperienza né copertura, eppure si chiudono in studio per quattro mesi con il mitico butch vig e creano questa perfezione
suoni cupi e tormentati, tra il noise e lo shoegaze, chitarre tiratissime e batteria irrefrenabile, voce inconfondibile, a volte tagliente a volte dolcissima, per un prodotto finale con uno stile assolutamente unico
ho cominciato la mia esperienza con le zucche all’uscita del doppio mellon collie and the infinite sadness, nel 1995, la mia bibbia personale per quanto riguarda la musica: un disco enorme, maestoso, con tutto quello che si può desiderare
la prima volta che ho sentito tonight, tonight alla radio non potevo credere alle mie orecchie, era come se mi conoscessero: ricordo perfettamente il momento, il luogo in cui stavo, le emozioni che ho provato
poi ho amato con tutto me stesso, anzi di più, ho “vissuto” il precedente, siamese dream, che per troppo tempo mi ha accompagnato, segnandomi clamorosamente
ho comprato di tutto, possessivo come sono: dischi, cofanetti, magliette, spartiti, ho assistito agli ultimi due concerti romani, nel ’98 e nel 2000, disperandomi per l’imminente addio
avevo deciso di ritardare l’acquisto di gish il più possibile, perché sapevo che sarebbe stato l’ultimo assaggio di un frutto che aveva saziato la mia intera adolescenza, e che poi sarebbe scomparso per sempre: alla fine un regalo me lo ha fatto arrivare, e scoprire le origini del mio mito personale è stato meraviglioso e tristissimo, dunque perfettamente nella poetica della band
li ho amati e li amo tutt’ora, e ho tagliato i ponti con qualunque cosa abbia fatto billy corgan dopo il 2000
non torneranno mai più, così come non torneranno mai più quegli anni lì, ma non li ho mai salutati del tutto
amore infinito

in conclusione, sono perfettamente consapevole del fatto che nel ’91 saranno stati pubblicati anche altri indubbi capolavori, tipo blood sugar sex magik dei red hot o out of time dei rem, o chissà cos’altro, e che qui si è invece fatta bruta selezione personale: non ne ho scritto fondamentalmente perché non mi hanno riguardato, non li ho vissuti o fatti miei neanche lontanamente, se comparati alle musiche di cui ho parlato qui sopra

ecco, potete prendere questa lista impregnata di nostalgia canaglia fino all’ultimo byte semplicemente come dei validi consigli per i regali del natale, che lo so, è appena trascorso, ma se siete in ritardo e mi date retta non sbagliate
in realtà invidio chi non ha ancora avvicinato l’orecchio a questa musica, perché da allora non ho più avuto emozioni così forti e immediate, se non con pochissimi gruppi, e invece sono sempre pronto ad affezionarmi a qualcun’altro, a farmi guidare
ero giovane, dall’orecchio vergine e malleabile, mentre ora mi lascio conquistare sempre meno, e non so se dare la colpa alla mia età o alla musica che gira intorno: voglio solo averne ancora la possibilità, e non passare per un vecchio che si lamenta che non ci sono più i cantanti di una volta
argh, si vede proprio che ho compiuto trent’anni da poco?

stand up straight at the foot of your love

costieraquello che vedete nella foto è lo spettacolo visibile in questo momento dalla finestra aperta di fronte a me
e siccome non mi aspettavo che in questo albergo ci fosse la connessione internet, ne approfitto per condividere un po’ di disarmante bellezza con voi, visto che è troppo tempo che non lo faccio
e già che sono qui vi allego un po’ di buona musica, perché l’ho fatto anche l’anno scorso e voglio vedere, a partire solo dal numero degli ascolti, quanto sono cambiati i miei gusti in dodici mesi
ladies and gentlemen, la mia personalissima top ten 2010

al numero dieci little lion man di mumford and sons, un gruppo indie folk inglese, che a me ricorda un po’ dave matthews come voce e melodie (non certo come tecnica), e che comunque onestamente non mi ha convinto del tutto
ho sentito il disco più volte, eppure… non lo so, manca qualcosa, per quanto gradevole e ben confezionato, per quanto alcune canzoni (come questa) siano davvero ben fatte, c’è sempre un che di non-originale, non-sincero che non mi convince, e mi dispiace, è un peccato, perché sembra che il disco in giro piaccia
(ma poi il testo del ritornello, ma quanto è brutto?)

al numero nove harold t. wilkins or how to wait for a very long time dei fanfarlo: ecco, loro invece sì
un pezzo molto più sincero, più sentito, e per questo più gradevole e giocoso
la differenza è sottile, e però anche dal vivo si vede che questi si divertono, che riescono a coinvolgere pur non essendo fenomeni, quelli di prima erano quattro salamoni appesi ai microfoni, dai
(un giorno mi daranno dei soldi per scrivere recensioni musicali di questo livello, già lo so)

al numero otto monster degli you say party, canadesi, che prima si chiamavano you say party! we say die! ed era un nome perfetto, poi però gli muore davvero il batterista, un tale clifford, sul palco e allora decidono di cambiare “out of respect for clifford and the evolution of life”
che storia
io li amo, a me le musichette dance-punk-elettroniche mi piacciono tanto tanto, e non solo perché hanno dei nomi fantastici (!!!, does it offend you yeah?, battles)
sto crescendo, mi stanno cambiando i gusti, sono un po’ meno intollerante al sintetico e al campionato

al numero sette couples di meric long: lui è il cantante/chitarrista/compositore dei dodos, è un maestro assoluto e si sente
mi innamoro di qualunque cosa scriva

al numero sei maquiladora dei radiohead, perché anche i loro pezzi più sconosciuti sono il fomento vero
in particolare questa canzoncina ha ormai quindici anni, era nel lato b di high and dry e apparteneva a quel momento irripetibile e irripetuto dei radiohead in cui le chitarre la facevano da padrone e riempivano le canzoni di energia e sentimento
tante chitarre, tanto amore
una perla

al numero cinque lloyd i’m ready to be heartbroken dei camera obscura, una canzone risposta a un tizio da me misconosciuto di nome lloyd cole che negli anni ottanta chiedeva cantando se eravamo pronti ad avere il cuore spezzato
e io sì, la ascoltavo quando ripetevo fino allo sfinimento l’ultimo esame all’università, ed ero pronto alla sofferenza
allegra e frivola, un po’ retro, molto furba

al quattro airplanes dei local natives
la canzone è bellissima, loro sono un gruppo che non può non stare simpatico, cinque ragazzi che vivono insieme e scrivono insieme e suonano insieme tutto il santo giorno, un gruppo di coinquilini
un video che rende benissimo quella che deve essere l’atmosfera della loro esperienza è questa cover di cecilia di simon and garfunkel, registrata che più amatorialmente non si può proprio a casa loro

ma andiamo col podio
al numero tre ci sono gli arcade fire con the suburbs
che meraviglia, sia la canzone che il disco
la canzone perché è uscita da scaricare gratis sul loro sito un bel po’ prima del disco, e ovviamente l’ho fatta mia immediatamente
e avevo una voglia matta di un loro disco, davvero, perché sono il mio gruppo di riferimento degli ultimi dieci anni e so che sarei stato bene, ascoltandolo
ed è successo, sedici canzoni di piacere, di stare bene, di essere contento
il video poi..
che meraviglia

la canzone quasi più ascoltata per il 2010 ormai chiuso è your ex-lover is dead degli stars, un capolavoro pop che mi piace tanto tanto
non è uscita proprio ieri, però è talmente completa che ha preso il sopravvento quasi su tutte le altre
se ho capito bene, il testo parla di una ex coppia che si reincontra per caso dopo tanto tempo, e mentre lui dà una dimostrazione di superficialità e di insensibilità davvero devastanti, del tipo che per tutta la sera fa fatica a ricordarsi il nome di lei, lei invece ricorda la ferita che la loro rottura le ha lasciato, il dolore che le è costato superarla, l’orgoglio di esserci riuscita e di aver chiuso definitivamente le porte a un’eventuale riavvicinamento
e in chiusura, la consapevolezza matura che la colpa non è di nessuno, che è stato bello rivedersi ma che è finita e non c’è rimasto niente da salvare
perfetta

ma la numero uno incontrastata è bloodbuzz ohio dei national
ok, nel 2010 il piccolo luca ha conosciuto i national e si è innamorato
ha sviscerato violet hill fino all’ultima nota, l’ha trovato magnifico, ma poi ha conosciuto the boxer e ha detto che è ancora meglio, più importante, più  intenso, più coerente
e avrebbe messo volentieri green gloves come prima, o anche vanderlyle crybaby geeks
poi però anche la sua piccola angelica ha conosciuto i national e si è innamorata
e questa canzone ha trionfato

ascoltate questa musica, gente, forse vi piacerà

the suburbs

ho scritto questo post la settimana scorsa, ma sono rientrato in possesso del pc dove era salvato solo oggi
il video non c’entra molto, ma è bellissimo

piove, è mercoledì, e sono sepolto in un alberghetto senza internet sperso in una provincia aspra e indefinita tra napoli e salerno
mi affaccio alla finestra e mi sembra di respirare un’aria ferma, di vedere immobilità nelle pur frenetiche attività della gente, che per carità è ben viva e sembra avere tanta voglia di farcela: non so, è la loro condizione che mi sembra immobile, imbalsamata in un’impossibilità di riscatto sociale che mi risulta indigesta
come passo attraverso questi centri abitati ininterrotti, periferie delle periferie, avverto una sensazione di destino segnato, come se queste terre ferocemente divorate dalla mafia siano già condannate a non poter più dimostrare di essere null’altro di quello che sono
qui intorno le strade sono piene di buche, di immondizia e soprattutto di acqua, e di sera spesso deserte, rendendo indesiderabile qualsiasi velleità a uscire
insomma la serata non promette niente di buono, meglio rimanere in camera a rilassare e riordinare il cervello

dall’ultima volta che ho preso in mano questo blog, ormai un anno fa, è cambiato tutto e niente
“tutto” per lo più sono io: in dodici mesi ho comprato una casa perfetta e ci sono andato a vivere con la donna migliore del mondo, ho finito gli esami e mi sono finalmente laureato, ho cominciato a lavorare in un gran bel posto, ho comprato una macchina, ho conosciuto persone stimolanti, ho sofferto, condiviso, raccolto, mi sono emozionato e sono cresciuto tanto, forse come mai nella mia vita
insomma, da così (mano destra aperta davanti a me con il palmo verso il basso) a così (rotazione del palmo verso l’alto)
scherzi a parte, ho acquistato una dimensione mia, che forse era quello che volevo di più, quello di cui avevo più bisogno
ho una base, finalmente, un punto di partenza, che mi sono accorto di non aver mai avuto
e me lo tengo stretto, perché so di essere fortunatissimo

il “niente” di cui parlo invece è tutto intorno a me, e mi fa sentire sempre più lontano
è la decadenza del mio paese, che sembra totale e incessante e ha raggiunto livelli così deprimenti che ormai è difficile anche riderci sopra
è il completo stravolgimento dei valori, dei riferimenti, è il rovesciamento di ciò che è bene e male, è l’esaltazione del tornaconto personale sempre e ad ogni costo
è il “vincere e non far partecipare nessun altro”, perché l’altro è il nemico, è il rivale, è una noia se non addirittura un problema, e va trascurato oppure eliminato, e comunque considerato sempre un ostacolo e mai un’opportunità
è la vittoria della furbizia sopra il lavoro, della raccomandazione sopra il merito, delle scorciatoie sulla formazione, dell’indifferenza sulla condivisione, della banalità sulla qualità, della pornografia sulla cultura, dell’indottrinamento sull’educazione, del subito sul meglio, del successo e dei soldi sopra tutto e tutti
è la semplificazione e la banalizzazione portate al limite, è l’impossibilità di qualsiasi tentativo di riflessione condivisa, bombardati come siamo da propaganda devastante ovunque
è la mia vergogna nei confronti di questa italia, che mi cresce dentro ogni giorno di più

è rimasto tutto uguale a quando ci siamo lasciati, anzi peggio
non siamo mai scesi così in basso, non ci siamo mai lasciati prendere in giro così tanto, non siamo mai stati così muti e sordi e ciechi e indifferenti di fronte al baratro in cui sguazziamo, mai stati così inebetiti e inerti davanti a tante ingiustizie e oscenità, mai abbiamo avuto le idee così confuse e le priorità così capovolte come ora
se non altro, quello che ho ormai chiaro in testa è che colui che per troppo tempo ho considerato la causa di tutto, ho saputo ricollocarlo come una delle conseguenze (la più ignobile e vergognosa, certamente) di un percorso di decadenza morale e civile più ampia, che abbiamo imboccato da tempo, e a cui questa figura ha senza dubbi contribuito fattivamente per decenni
frutto marcio di un albero malato, e allo stesso tempo suo concime
sapete di chi sto parlando
a rifletterci, tutto sommato costui è la ridicola concretizzazione finale di un processo di rifiuto, da parte degli italiani, nei confronti di un’intera epoca storica intensa e ricca di idee e valori come gli anni settanta
sì, è chiaro, allora questi valori venivano esaltati in maniera spesso esagerata, spesso pericolosa, spesso violenta: tutto era politica, tutto aveva spessore, significato, tutto era un simbolo, e qualsiasi avvenimento, sentimento o intenzione veniva esaminato secondo i rigidi canoni di giudizio di dottrine radicate bene o male nella testa di chiunque
ma così come allora in italia questa schematizzazione globale aveva impregnato la vita quotidiana più in profondità che altrove, allo stesso modo è in italia che si è avuto il rigetto più evidente
penso alle differenze sostanziali fra le immagini che le locuzioni “anni settanta” e “anni ottanta” portano alla mente a uno come me, che questi due periodi storici non li ha mai vissuti (ok i secondi sì, ma di certo non consapevolmente): gli anni settanta sono irrimediabilmente legati alle rivoluzioni studentesche, al trionfo del pensiero politico, alle lotte anche violente in nome di ideali, al sangue innocente, agli scioperi, a berlinguer, ai sindacati, alla musica di quegli anni
gli anni ottanta invece per me sono sinonimo di superficialità, di edonismo, di pubblicità e propaganda, di craxi, di cristina d’avena, dei film nerboruti americani, di televisione stupida, di droghe pesanti, e soprattutto di scomparsa di tutte quelle idee che avevano raggiunto l’apice ultimo nel decennio precedente e che ora venivano rifiutate in nome di una esistenza più facile e tranquilla basata sul consumismo e le telenovelas
da un decennio in cui tutto era politica, a un periodo di plastica (che non sembra avere fine) dove la politica non esiste più
ed è nel passaggio da un estremo all’altro che purtroppo dà un fondamentale e drammatico contributo vincente colui che ora è diventato per l’ennesima volta il nostro presidente del consiglio: non è stato certo il solo, ma lui meglio di altri ha cavalcato l’onda reazionaria e superficiale iniziata trent’anni fa e ne ha fatto un manifesto politico, con l’obiettivo preciso e piuttosto palese di un rincoglionimento progressivo e generale del nostro paese
sono questi trent’anni quasi ininterrotti di decadenza che ci hanno portato al punto in cui siamo, che se ancora non l’aveste capito, è un punto molto molto basso
troppo semplicistico? io non credo

l’elemento di novità dell’ultimo mese è che questo individuo sembra aver perso parte del suo enorme appeal sul popolino, che è stata per tanto tempo l’arma che gli ha permesso di fare tutto (ma proprio tutto)
per quanto mi riguarda sono molto scettico che possa finire così, solo perché un suo viscido delfino ha voglia di un po’ di visibilità e di un po’ di credibilità
troppo forte è il potere di cui dispone, troppo importanti i suoi interessi, troppo necessaria la poltrona per poterli continuare a coltivare senza essere ostacolato da quel piccolo particolare che è la costituzione
non voglio illudermi come quattro-cinque anni fa, quando sembrava spacciato ma le sue potenzialità distruttive erano rimaste intoccate
se deve abbandonare, che lo faccia con un biglietto di sola andata

tuttavia quello che mi preme ribadire è che il dopo-berlusconi mi spaventa tanto se non più dell’attualità, perché sarà eterno, doloroso e faticosissimo
a mio parere, l’impronta di trent’anni di cattiva educazione sulla nostra società è più profonda di quanto poi appaia, e ritrovare equilibrio, serenità e prospettive sarà difficilissimo
penso all’enorme controllo che ancora esercita su troppa nostra quotidianità, sull’informazione, sulle televisioni, il cinema, lo sport, la cultura, i giornali, le banche
penso alle migliaia di suoi valvassini e valvassori, ancora sparsi qua e là e ancora in grado di stravolgere la nostra realtà e perpetuare la sua propaganda
penso che tutto quello che ha fatto e disfatto della nostra repubblica in quasi vent’anni è stato dettato esclusivamente dalla sua necessità personale di non finire in galera, e la situazione non è certo cambiata
servirà da parte nostra un impegno mille volte superiore, per ricostruire le basi civili e democratiche di questo paese, e degli italiani
è per questo che spero di cominciare il prima possibile

man manu ca passunu i jonna

bongo
ladies and gentlemen, interrompo l’apnea di questo blog per appuntare qua quello che potrebbe essere il mio primo tentativo di classifica
d’altra parte fino a qualche giorno fa il periodo era ideale, con la fine del decennio zero e la consueta carriolata di best of che ciò comporta: io come al solito arrivo tardi, ho fatto passare qualche notte di troppo, ma non c’è da stupirsi
a dirla tutta, ho una certa ostilità mischiata a una buona dose di morbosa curiosità per questa pratica quasi ossessiva: da una parte sembra che l’unico modo per ricordarsi di quello che è successo negli ultimi dieci anni sia porlo in una classifica, dargli un’importanza relativa e giudicarlo, con tutta l’arbitrarietà che ciò comporta; dall’altra ce ne sono talmente tante, di queste liste, che a mettere tutto insieme si compone un mosaico abbastanza curioso e divertente degli zero
questo mio tentativo abbozzato però ovviamente non vuole racchiudere tutto lo scibile: innanzitutto si parla esclusivamente di musica, e poi di musica che soddisfa i misteriosi criteri di importanza del tutto relativa del sottoscritto, senza nessun riscontro con l’ufficialità che altri siti e blog sanno offrire
sono canzoni che sono state significative per me in questo 2009 appena sfumato, anche se la maggior parte non è uscita l’anno scorso né ha avuto particolare successo: è una mia raccolta personalissima, che si basa in buona parte sul numero degli ascolti tra pc e lettore mp3 e in buonissima parte su ragioni puramente affettive, ben sapendo che alcuni titoli risulteranno improbabili, che i criteri di inserimento sono ancora più buffi, e che in fin dei conti non è che ci capisca poi così tanto, di musica
ma che ne sai, magari qualcuna di queste non la conoscete, vi piacerà e mi ringrazierete
mi dispiace solo di aver lasciato fuori tante tante cose, tipo gli xx, atlas sound o la canzone del funghetto (che devo ammettere annoia già al secondo ascolto), però lo spazio è quello che è
dai, cominciamo dalla numero dieci, come quelli bravi

al dieci metto ragged wood dei fleet foxes: è uscita ormai due anni fa, questo è poco ma sicuro, e ha accumulato ascolti per lo più nella primissima e nell’ultima parte di quest’anno, per questo sound natalizio da neve e canzoni intorno al fuoco che quei boscaioli sorprendentemente intonati dei fleet foxes sanno mettere nelle loro composizioni
è una canzone notevole, le voci e le melodie si intrecciano con un’eleganza degna dei migliori crosby stills nash and young, e il disco da cui è presa è sicuramente uno dei più belli e chiacchierati di due anni fa
due anni fa, appunto, ma qui decido io

al nove c’è harvest time dei the clientele: pop raffinato ed autunnale, un disco che sto apprezzando ormai da qualche mese e che ben si sposa con certi lenti pomeriggi casalinghi con i libri aperti e la tazza di tè caldo bollente.. insomma, i miei pomeriggi
non è niente di trascendentale o di difficile ascolto, ma ogni tanto fa bene un po’ di buona musica ben confezionata, che dà una sensazione di eleganza senza tempo, come fosse un bel vestito

all’otto piazzo cosmic love di florence and the machine: una botta di omosessualità e di anni ottanta niente male, un po’ inaspettata per quanto mi riguarda, ma proprio non riesco a smettere di tamburellarne il ritornello nemmeno quando sto in motorino
in più lei è davvero talentuosa e ovviamente ci fuggirei insieme anche stanotte, se non fosse che la convivenza in questa casa nuova mi piace davvero tanto

al sette missed the boat dei modest mouse: questa canzone ha un gran testo, fidatevi

al sei it’s my own cheating heart that makes me cry dei glasvegas: ha raggiunto questa posizione solo grazie agli ascolti ripetuti insieme alla mia ragazza, che se ne è innamorata, e ogni volta che si innamora di una canzone che piace anche a me la adoro un po’ di più
(sono molto sensibile per queste cose, peccato non succeda spessissimo)
loro sono scozzesi e il resto del disco è sinceramente inascoltabile, per quanto mi riguarda, però con questa ci hanno azzeccato

al cinque signs dei bloc party: una delle poche che mi piace (tantissimissimo) dell’ultimo disco, intimacy, che è un abisso più scarso rispetto al capolavoro silent alarm

al quattro stranizza d’amuri, di franco battiato: ovvero, all’improvviso una sconosciuta
trattasi infatti di una canzone che non c’entra niente con le altre, se proprio vogliamo essere sinceri, essendo stata scritta circa trent’anni fa, ma con le sue liriche didascaliche in siciliano stretto ha accompagnato i miei freddi mesi polacchi, scaldandoli con maestria e assurgendo a inaspettata colonna sonora di quell’avventura

al tre girlfriend dei phoenix: nel 2009 ho anche deciso che mi piace la musica francese, perché sì, saranno pure altezzosi, sciovinisti, scapocciatori, ladri di qualificazioni ai mondiali, ma hanno i suoni giusti, soprattutto quelli elettrodanzerecci
e in un anno in cui non nego di aver ascoltato volentieri notevoli composizioni discotecare come i pezzi di justice, daft punk e dei sommi air, voglio mettere sul podio un disco bellissimo come wolfgang amadeus phoenix, e chapeau!

al due in the flowers degli animal collective: merryweather post pavillion è il disco più bello dell’anno, secondo me
ho deciso che mi piacciono i gruppi collettivi, quelli formati da tante teste pensanti, tipo appunto gli animal collective, o anche i tv on the radio, o i minus the bear, o in un certo senso anche gli arcade fire: di solito quando metti tante capocce geniali insieme viene sempre fuori qualcosa di nuovo e intrigante, e in questo disco i frutti sono gustosi e si sentono

e al numero uno, signore e signori, rullo di tamburi, svetta record year for rainfall, dei decemberists: è una canzone scritta un annetto e mezzo abbondante fa, e i decemberists l’hanno presentata in una tourneé di supporto alla campagna elettorale di barack obama
in realtà non ha proprio nulla di politico, è semplicemente una splendida ballata acustica davvero affascinante, ed è senza dubbi la canzone che ho ascoltato e suonato e cantato di più in questo 2009
oh, magari piace anche a voi..