we all raise our voices to the air

muro

Durante l’occupazione nazista di Roma (8 settembre ’43 – 4 giugno ’44), il Quadraro era noto come covo di partigiani, renitenti alla leva, sabotatori e oppositori al regime, tanto da essere chiamato dall’ambasciatore tedesco a Roma “Nido di Vespe”.

Il 10 aprile 1944, lunedì di Pasqua, Giuseppe Albano (detto “il Gobbo di Quarticciolo”) e altri due partigiani incrociano casualmente presso la trattoria da Gigetto in via Calpurnio Fiamma tre soldati tedeschi. Questi riconoscono Albano, già ricercato per le azioni operate al Quarticciolo, e tentano di mettere mano alle armi, preceduti però da Albano e i suoi che li lasciano a terra senza vita.

L’episodio di Pasquetta costituisce il pretesto di cui il comando nazista si serve per regolare una buona volta i conti con il “Nido di vespe”, attuando il disegno criminale di persecuzione e rappresaglia contro la popolazione civile pianificato già all’indomani dell’attentato di Via Rasella (23 marzo ’44) di cui le Fosse Ardeatine costituiscono il primo tragico atto.

Il 17 aprile 1944, verso le 4 del mattino, inizia dunque l’Operazione Balena. Truppe tedesche guidate da Kappler e coadiuvate dalla Gestapo, dalle SS e dai torturatori della Banda Koch, circondano l’intero quartiere bloccandone ogni via di accesso.

Il rastrellamento fu un vero e proprio atto di polizia politica volto sia a fiaccare la resistenza e a colpire lo spirito combattivo di quelle zone periferiche della Città così coraggiosamente solidali con i partigiani, sia a liberare uno snodo strategico per il rifornimento delle truppe tedesche impegnate sul fronte sud dagli Alleati in avvicinamento.

Quel 17 aprile iniziò per i 947 cittadini romani, rastrellati dal Quadraro, il lungo calvario che – dopo varie soste – li vide infine deportati come “lavoratori volontari” nei campi di concentramento del Centro e Nord Europa e costretti a lavorare in condizioni disumane a sostegno dello sforzo bellico nazista.

Sottoposti a condizioni di lavoro estreme. Senza scarpe, senza vestiti, senza cibo, senza riposo, esposti in queste condizioni al rigido inverno continentale e all’arbitrio dei feroci aguzzini nazisti, ancora più rabbiosi e violenti all’approssimarsi della loro inevitabile sconfitta. Di questi uomini tra i 16 e i 60 anni, che saranno ricordati successivamente come gli “Schiavi di Hitler”, solo circa la metà farà ritorno a Roma e al Quadraro a guerra finita. Molti di essi solo per morirvi qualche tempo dopo come conseguenza delle condizioni di prigionia e delle malattie contratte nel corso della stessa.

Il 17 aprile 2004 nel 60° i Municipi ex VI° e ex X° di Roma, in ricordo del rastrellamento del Quadraro, sono insigniti della Medaglia d’Oro al valore civile.

è il comunicato delle sezioni anpi “nido di vespe” quadraro-cinecittà, “g. sangalli” centocelle, “g. marincola” pigneto-torpignattara “o. leonardi e a. spunticchia” appio, a commemorare i caduti del 17 aprile 1944 del rastrellamento al quadraro

per non dimenticare

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sitting still was never enough

ricordiamoci sono storie che meritano di essere ricordate, dicevo
il secondo anniversario importante che ricorre quest’anno è il settantesimo dallo scoppio della seconda guerra mondiale, che ha avuto la polonia come teatro di alcuni tra i più tristi e inumani episodi mai escogitati da mente umana
il primo settembre del 1939 la strapotenza militare nazista invade la polonia e in meno di un mese la fa sua, grazie alla sua schiacciante superiorità di mezzi e con la complice cooperazione dei sovietici sul fronte orientale
una spartizione in grande stile, che in un attimo cancella la repubblica polacca dalle carte geografiche, e che sarebbe durata a fasi alterne per tutta la guerra, con la conquista totale da parte dei nazisti nel 1941 in conseguenza all’operazione barbarossa, e la successiva rivalsa dei russi qualche anno dopo, con l’armata rossa che si riprende tutto il montepremi arrivando fino a berlino
la polonia è stata la nazione che ha pagato il prezzo più alto in termini di popolazione, in sei anni di guerra sono morti circa sei milioni di polacchi, più o meno un abitante su cinque, e più del 90% di questi erano civili, obiettivi della disgustosa violenza nazista e sovietica
l’episodio di cui voglio scrivere, e di cui nella mia suprema ignoranza non avevo mai sentito parlare prima di venire qua, è la powstanie warszawskie, ovvero l’insurrezione di varsavia

nell’estate del ’44 la polonia subisce l’umiliazione dell’occupazione nazista da quasi cinque anni, ma mentre all’inizio non si vedevano vie d’uscita, data la soverchiante superiorità delle truppe di hitler, che seminavano distruzione in mezzo mondo senza freni apparenti, ormai le sorti della guerra sono cambiate, e l’imponente armata staliniana sembra poter dare un contributo determinante alla liberazione dell’europa dell’est dall’oppressione nazista
nel frattempo, di certo i polacchi non sono rimasti a guardare: il governo della repubblica, in esilio a londra, comanda le forze armate polacche nelle loro importantissime battaglie insieme agli alleati in giro per il mondo, tra cui la tremenda battaglia di montecassino, che se non era per loro a quest’ora chissà noi romani che fine avevamo fatto
poi c’è lo stato segreto polacco, ovvero tutte le organizzazioni sotterranee, militari e civili, che operano in polonia durante la guerra e resistono gagliardamente all’occupazione tedesca
c’è la armia krajowa, l’esercito underground della resistenza polacca, principale artefice dell’insurrezione

e insomma niente, a meno di un anno dalla conclusione del periodo più sanguinoso e terribile della storia dell’umanità, i poveri patrioti polacchi cominciano a sentire legittima qualche tenue speranza di rivalsa e di liberazione: in particolare, le truppe dell’armata rossa sono ormai arrivate alla periferia di varsavia, stanziandosi dall’altra parte della vistola, e continuando a combattere il nemico con la svastica in tutta l’europa orientale (anche con la collaborazione dei partigiani polonici, che non si tirano mai indietro quando c’è da dare la vita per la libertà)
certo, i rapporti tra russi e polacchi non sono dei migliori: in tutta onestà, come fai a credere che la liberazione te la darà uno degli imperi più potenti del ventesimo secolo? come fai a fidarti di chi pochi anni prima ha invaso il tuo paese senza pensarci due volte? come puoi affidare le tue speranze agli autori di massacri incredibili contro prigionieri di guerra tuoi fratelli?
appare evidente a molti che sfuggire ai nazisti equivale a finire nella rete dei sovietici, e che le speranze di uno stato indipendente polacco si scontrano contro le pretese imperialistiche della violenza stalinista
tuttavia, che fare? rinunciare a combattere? continuare a passare da un oppressore all’altro senza alzare mai la testa?

non è il caso degli abitanti di varsavia, che rassicurati dalla presenza dell’armata rossa inoperosa a pochi chilometri dalla città, e confortati dal sostegno di churchill e degli alleati tutti, decidono finalmente di insorgere contro l’invasor
è il primo agosto del 1944, sono le 17 in punto: la w-hour, l’ora della libertà (wolność)

è una lotta impari, soprattutto per quanto riguarda la potenza di fuoco, e poi una cosa è fare i cecchini o gli assalti sporadici notturni alle pattuglie naziste, un’altra è combattere a viso aperto contro la wehrmacht
e infatti dopo i primi giorni di successi, con i soldati tedeschi colti di sorpresa e costretti a inedite ritirate, il peso della battaglia si sposta dalla parte opposta, con l’arrivo dei rinforzi da berlino e la migliore organizzazione delle truppe di hitler rispetto ai volenterosi e battaglieri, ma completamente impreparati, partigiani polacchi
va be’, è normale, l’importante è resistere ancora un po’, tanto la raf sta arrivando a bombardare quei maledetti nazisti, i russi sono alle porte della città, devono solo smontare le tende e in meno di mezz’ora sono qui, e tra poco si festeggerà tutti insieme a colpi di vodka e ci abbracceremo e le nostre donne saranno solo per noi e quei crucchi spacconi saranno solo un tremendo ricordo
dobbiamo solo resistere, fratelli, manca poco
stanno arrivando i rinforzi

non sono mai arrivati
i voli della raf paracadutarono solo poche armi e aiuti umanitari come cibo e medicine, che furono facilmente preda dei nazisti
i russi invece non si mossero, assistettero da pochi passi alla sanguinosa mortificazione della popolazione di varsavia senza battere ciglio
si pensa che stalin non abbia dato il via libera all’intervento perché era sicuro che a breve la polonia sarebbe stata la sua prossima vittima in ogni caso, e non voleva avere problemi di sorta durante la futura invasione

la capitolazione della città viene decretata il 2 ottobre, con il cessate il fuoco e la resa del capo degli insorti, il generale komorowski (il suo nome in codice è “bór”: la foresta)
i tedeschi promettono di trattare i militari nemici e la popolazione in maniera umana, seguendo la convenzione di ginevra, ma immediatamente dopo impongono all’intera cittadinanza di evacuare la città, perché bisogna soddisfare un ordine assurdo e inspiegabile di hitler, uno dei suoi capricci più disgustosi e crudeli: la distruzione totale di varsavia, casa per casa
la capitale polacca viene rasa al suolo sistematicamente dai nazisti, che fanno arrivare dalla germania ingegneri e squadre speciali per portare avanti il lavoro nel più efficace e “tedesco” dei modi: alla fine della guerra varsavia avrà perduto più dell’85% dei suoi edifici, inclusi monumenti, chiese, biblioteche, scuole, l’università, il politecnico

il giorno dopo la resa, il 3 ottobre, il governo polacco rilascia questo comunicato: « non abbiamo ricevuto alcun sostegno effettivo… siamo stati trattati peggio degli alleati di hitler in romania, in italia e in finlandia. la nostra rivolta avviene in un momento in cui i nostri soldati all’estero stanno contribuendo alla liberazione di francia, belgio e olanda. ci riserviamo di non esprimere giudizi su questa tragedia, ma possa la giustizia di dio pronunciare un verdetto sull’errore terribile col quale la nazione polacca si è scontrata e possa egli punirne gli artefici »

vorrei poter dire qualcosa di sensato, dopo una storia come questa
mi domando invece cosa possa aver voluto dire subire un tale tradimento, soprattutto da parte della superpotenza che poi avrebbe esercitato il suo dominio assoluto sulla polonia per i successivi quarant’anni e passa
e mi chiedo quanto può essere stato emozionante, alla fine di questi quattro decenni, ribadire la propria indipendenza in maniera così limpida, riconquistarla solo con la forza della propria volontà

and no one deared disturb the sound of silence

targaè che non c’è molto da dire, che non sia stato già detto
eppure quello che è stato detto non è sufficiente
si possono leggere tutti i libri, vedere tutti i film, guardare tutti i documentari, ma finché non ci si sta dentro non si riesce a sentire
vi assicuro che trovarvi di fronte al male non è una esperienza così leggera

il museo di auschwitz I è soffocante, quando fuori c’è il sole e dentro le casupole di mattoni rossi c’è il buio e il silenzio e il freddo pungente di ambienti che non hanno conosciuto che dolore
ogni stanza è una storia, un racconto, un aspetto lacerante della vita del campo, testimoniata da foto e ricordi e pezzi di esistenze strappate
dopo un po’ non vedi l’ora di uscire all’aria aperta, di vedere il sole, di gustare qualcosa di vivo e di bello

invece auschwitz II, meglio conosciuto come birkenau, è il campo di sterminio vero e proprio, ed è insopportabilmente enorme
non ne è rimasto molto, la metodicissima organizzazione nazista ha voluto nascondere tutte le tracce possibili degli abomini compiuti su quei luoghi, e ciò che si osserva è un’enorme distesa di terra, in piena campagna o quasi, con qualche sparuta casupola di legno: delle stalle, in origine destinate a contenere una cinquantina di cavalli, e riconvertite a dimore per qualche centinaio di disgraziati
poi i ruderi delle camere a gas, magistralmente rase al suolo dalla vigliaccheria nazista
il silenzio è impressionante, e il vento

e non c’è bisogno di aggiungere niente, non servono immagini cruente o rievocazioni particolari, non serve spettacolarizzare il dolore, anzi: io ne sono uscito come dopo un pugno nello stomaco, perché la profondità della sofferenza che certe storie evocano è ben diversa rispetto a qualsiasi film o libro
auguro a tutti di venire e di vedere, e poi di raccontare