my head is my only house unless it rains

finestra 2

(domani festeggio due mesi da eremita montanaro tappato in casa, almeno riapriamo qui, facciamo prendere un po’ d’aria)

mi sembra di capire che questa benedetta fase due, che per chi non lo sapesse è arrivata oggi, non nasconda grandi passi in avanti dal punto di vista della lotta al nuovo coronavirus
intendiamoci, i due mesi di sacrifici, di isolamento, di chiusure, di casse integrazioni, di piccole imprese spazzate via, di totale incertezza, per me sono stati sacrosanti, inevitabili per combattere e rallentare la pandemia
certo però non mi aspettavo che, alle porte della nuova fase, ci venisse ribadito “ora tocca a voi”

a noi è già toccato, e basta guardarsi intorno, mettere il naso fuori (ora che si può) per accorgersi con facilità dei danni che il lockdown ha generato, almeno di quelli più evidenti
a noi è già toccato e noi ce l’abbiamo messa tutta, per obbedire al buonsenso e combattere ritirandoci
a noi è stato sempre chiaro che la salute viene prima di tutto

questi due mesi dovevano piuttosto servire al governo per mettere in campo una strategia vera e propria per fronteggiare e concludere la pandemia una volta superata la fase critica, e invece pare che stiamo aspettando sulla riva del fiume il cadavere del virus con la corrente
sembra di stare in uno di quei film horror tutti uguali, in cui la giovane indifesa sopravvissuta sente dall’altro lato della porta i passi dell’assassino che si avvicinano e poi si allontanano, e allora pensa di aver scampato il pericolo, e invece appena mette un piede fuori…

mi dispiace per il pessimismo, ma non riesco a stare tranquillo
se da un lato i numeri di vittime e malati gravi sono effettivamente scesi, dall’altro rimangono circa duemila persone che ogni giorno, a fronte delle misure di isolamento sociale e chiusura imposte dal governo, continuano ad ammalarsi: come è possibile? dove si ammalano? qualcuno sta tenendo traccia di questi nuovi contagi, investigando sulle modalità di trasmissione, oppure ci si limita a prendere le generalità per compilare le squallide tabelline excel della protezione civile?
ci sono regioni che hanno messo in piedi una strategia, vedi il veneto, con i tamponi a tappeto anche per i contatti dei contagiati, per gli asintomatici, che ha permesso un contenimento della pandemia imparagonabile a quanto avvenuto nella vicina lombardia
eppure a livello nazionale le buone pratiche non risalgono, o se lo fanno non ce lo dicono chiaramente, anzi, arrivano voci, gli esperti si contraddicono, si parla di “misure allo studio”, ci si incaponisce su una app che avrà un valore piuttosto basso se su base volontaria, si insiste sulle mascherine e i congiunti e il tu e altre amenità che personalmente mi lasciano sgomento
insomma, non ho capito quale sia la politica sanitaria di questo governo, non ho capito nemmeno se esiste (la politica sanitaria)
e non posso fare a meno di sentirmi pessimista

attenzione però, non quel pessimismo superficiale da quattro soldi di quelli che sotto al video di un autobus affollato commentano “i soliti italiani! non ce la faremo mai!”, come se la gente prendesse i mezzi per puro sfizio e non perché metà delle imprese italiane è rimasta aperta anche nel pieno del lockdown
parlo di pessimismo di sistema, strutturale, perché temo di aver buttato nel secchio due mesi di vita mentre le migliori menti delle nostre istituzioni perdevano tempo, buttando alla stampa “misure allo studio” per poi ritirarle dopo le prime reazioni negative, tappando le falle più grosse e sostanzialmente affidandosi ad una poco plausibile (e comunque poco vicina) estinzione naturale del virus, con la responsabilità che è sempre in capo a noi

may the fourth be with all of us

same as it ever was

dicono che più invecchi, più il baricentro delle tue sensibilità si sposti verso destra
perché ti rendi conto che, man mano che accumuli amarezze e coltivi disillusione, amare il prossimo tuo come te stesso costa tanto, e in un mondo cinico e tutti-contro-tutti come questo, in un tempo finito quale sempre più ti appare la tua vita, beh, che senso ha?

e poi la gente: signora mia, quanto ottimismo endogeno, quanta fiducia cieca, quanta speranza al limite del religioso bisogna avere per non dico voler bene, ma almeno sopportare la stupidità, l’ignoranza, la grettezza della gente che si incontra e si affronta nel quotidiano?
e i giovani, questi giovani qua tutti connessi e sputtanati ma incapaci di guardarsi negli occhi, questi giovani che saranno il futuro del pianeta, diciamoci la verità, quanto si meritano la mia tutela appassionata?
e i politici, gli imprenditori, gli artisti, gli intellettuali, i cosiddetti vip, quanti ne salverei in un mio pantheon personale?
quanti ne salverei insieme a me?

ed ecco che certi stimoli ombelicali cominciano a farsi sentire, certi sbuffi di indifferenza, certe istanze di ordine e pulizia stuzzicano il cervello più di prima, ecco che l’arte di resistere si fa più sterile, ecco che alla fine non hanno poi tutti i torti quelli che “si nasce incendiari e si finisce pompieri”, insomma, come diceva quell’altro, no?

naaaa, non lo so, ancora non mi ci vedo, forse non sono ancora “finito”, o forse, più semplicemente, è impossibile vedercisi dall’interno

dall’ultima volta in cui ho scritto qui sono cambiate tante cose

è arrivato Andrea, che ha spostato ancora più in là la mia definizione di emozione

ho cambiato casa, ho cambiato lavoro, ho cambiato macchina

ho lasciato alle spalle alcuni rapporti tossici, non sono riuscito a trattenerne di altri, mi sono ritrovato più solo, e forse è ciò che ho sempre cercato
sono diventato più cinico, quello sì, lo riconosco

ma la voglia di resistere, di uscire dal fango, di studiare e cercare di capire come vanno le cose del mondo
la necessità di curare l’ignoranza, debellare il razzismo, respingere il fascismo nelle fogne
l’amore e la cura per l’universo e chi lo abita
sono cose che non cambieranno mai

“io amo l’umanità… è la gente che non sopporto!” diceva un vecchio bambino saggio, o chi per lui

ecco

give yourself a fighting chance

genovaquindici anni fa ero a roma, a preparare l’ennesimo tentativo di dare un senso al mio primo anno di ingegneria
il mio amico del liceo invece era a genova, in via tolemaide, a beccarsi un lacrimogeno in pancia, a sdraiarsi per terra quasi incosciente per il dolore e i fumi asfissianti, a venire trascinato via, lontano dalla furia schiacciante e spietata dello stato, da qualche compagno angelo custode che era con lui

ricordo che la preparazione ai giorni di genova l’avevamo avviata insieme, euforici e spensierati, inconsapevoli e fuori da ogni organizzazione, ma comunque tesi e proiettati verso un appuntamento che per noi era importantissimo, ne parlavamo sempre, ne parlavano tutti
a genova bisognava andare, perché si poteva finalmente fare qualcosa, potevamo finalmente farci sentire
solo alla fine mi sono defilato per impegni universitari
avrei dovuto essere lì

il g8 di genova 2001 è stato per me lo spartiacque tra l’adolescenza ovattata e superficiale e il bisogno, l’urgenza di sapere, di capire
la mia coscienza politica, civile, umana, nasce in buona parte da quei fatti, che hanno inciso inesorabilmente nel mio cervello i concetti di giustizia, fratellanza, repressione e fascismo

di quei giorni ricordo l’angoscia, la fame di notizie, il rifugio in libri e articoli e documentari
ricordo il film di gianni minà sugli zapatisti e sul subcomandante marcos, mandato in onda proprio in quelle sere, a scaldare i cuori frustrati degli assenti, come me
ricordo che i due modi paralleli e opposti di vedere e spiegare quei giorni, la versione dall’alto e quella dal basso, sono partiti agli antipodi e non si sono più incontrati

dopo, sono tornato a genova solo nel 2010, quattro giorni, da solo, per questioni lavorative
nonostante non fosse la mia prima volta, ho girato la città a piedi in lungo e in largo, da brignole a sampierdarena, da sestri alla fiera, innamorandomene
ho ripercorso le strade più famose, da via del campo al porto antico, ricordo le scritte sui muri, una in particolare che spiccava in mezzo alle citazioni di de andré: se non cambierà rapiremo la carrà
ricordo le strade strette che non puoi distendere le braccia senza toccare entrambi i muri, ricordo i panni appesi nel chiostro della facoltà di ingegneria occupata, ricordo il mare ovunque
ricordo che sono rimasto in piazza alimonda per tanti minuti, nonostante il freddo

che ne è stato, del g8 del 2001? cosa è rimasto?
a distanza di quindici anni, la sensazione è la stessa di allora: la zona rossa non separava solamente potenti e impotenti, ma divideva nettamente il torto dalla ragione
noi avevamo ragione, ma abbiamo perso
loro, invece, avevano torto: poteri vecchi e intoccabili che avevano deciso di riunirsi solo per procrastinare con tutti i mezzi possibili la supremazia della minoranza sul resto del pianeta, in base a soluzioni turbocapitaliste che non potevano durare
avevano torto, è storia, ma hanno vinto e si sono presi le nostre ragioni: l’ambiente, la sostenibilità, i beni pubblici, che quindici anni fa erano concetti per i quali si meritavano manganellate e torture, un decennio dopo sono diventati ordine del giorno di parecchi partiti di establishment, obama ci ha stravinto due mandati da presidente degli stati uniti, qui da noi si sono stravinti i referendum sull’acqua e sul nucleare, e via di altri esempi chissà poi quanto consolanti

e però dei movimenti che hanno portato sul tavolo quei concetti, quasi nulla è rimasto
i leader di allora, i vari casarini, agnoletto, etc., che sembravano poter offrire nuove chiavi di lettura alle vicende del mondo, convogliando istanze sociali diverse e soprattutto presentando proposte organiche e realistiche, sono spariti
dopo genova non si è presa la rincorsa, ma anzi si è creato un vuoto, la repressione ha funzionato
e in quel vuoto si è inserito il paradosso genovese, beppe grillo, che ha spostato tutto verso destra
sì, la necessità di un riferimento extraistituzionale, svincolato, nuovo, dal basso, è stata incarnata nel movimento 5 stelle, con tutte le pieghe e i risvolti non certo piacevoli che la cosa comporta

eppure quindici anni non sono tanti
infatti il nostro paese, che non ha e continua a non avere una legge sul reato di tortura, pare non aver ancora elaborato, e soprattutto la parte fascista rigurgita spesso fuori le proprie aberranti sentenze, nel silenzio sostanziale delle istituzioni e dell’informazione
genova è una pagina nerissima della nostra storia, che già è un libro tutto piuttosto nero, i cui capitoli successivi non hanno per niente fatto giustizia né aiutato a capire
per quanto mi riguarda, genova invece è stata ed è tutt’ora una lezione, che imparo e faccio mia
e nonostante allora avessi meno di vent’anni e ora quasi trentacinque, nonostante un figlio, una moglie, un lavoro, una casa, mille compromessi, il mio pensare è nato lì e da lì continuerà a nutrirsi
e non dimentica

è triste trovarsi adulti senza essere cresciuti

secretly-unemployedè un periodo – piuttosto lunghetto, ormai – di grandi stress e smottamenti lavorativi, ventate di incertezza endogene ed esogene, e vivo un po’ alla giornata perché il panorama è spesso desolante, qui e tutt’intorno

alle mie personali frustrazioni da ambizioni stroncate e da sicurezze rimandate, per aver scommesso (e parecchio, anche) su un posto di lavoro che si è rivelato sterile, un cavallo che fino alle ultime curve invece sembrava reggere il passo degli altri, e che invece incespica e improvvisamente non risponde ai comandi, aggiungo il vittimismo generazionale di chi vede presente e futuro, sogni e progetti, dei non ancora quarantenni, soffocati sull’altare del finanzcapitalismo dai facili vincitori della lotta di classe, che hanno mangiato e speculato sulla nostra pelle da quarant’anni almeno, lasciandoci un conto impossibile da saldare

per alcuni sarà pure complottismo, per me è un percorso evidente, costellato di politiche economiche a lungo termine insostenibili per l’umanità e per il pianeta, che ha portato negli ultimi quarant’anni ad uno scollamento sempre più netto tra gli interessi di pochi e spietati milioni di persone nel mondo e il resto degli esseri umani, il 99% povero, che non controlla e non può difendersi dalla pervasività e dalla scelleratezza dei poteri economici e finanziari che dominano la terra

questa lotta di classe a senso unico, dall’alto verso il basso, è facilmente rintracciabile nelle politiche del lavoro in italia dell’ultimo ventennio, speculari alle riforme che hanno interessato il resto del mondo occidentale dagli anni ottanta in avanti, e che hanno avuto come unica direzione il consolidamento dello status quo in termini di concentrazione delle ricchezze e dei poteri contrattuali, e come unica esplicazione l’erosione dei diritti e la precarizzazione dei lavoratori
è sempre stato così, le leggi che hanno trasformato il nostro accesso e la nostra permanenza nel mondo del lavoro non hanno fatto altro che alzare il livello della sproporzione, qualunque fosse il colore del governo, da treu a biagi, da fornero a poletti, fino al famigerato jobs act, per il quale il nostro presidente del consiglio continua a vantare risultati che non hanno alcun fondamento nella realtà, e se lo hanno, non è il fondamento su cui si dovrebbe basare l’economia di un paese moderno

peraltro qualche mese fa l’inps lo ha certificato, il jobs act è un fallimento: nel primo trimestre di quest’anno addirittura 77% di assunzioni a tempo indeterminato in meno rispetto al 2015, a fronte di una rinnovata flessibilità in uscita che ha trovato il suo culmine nella cancellazione dell’articolo 18, lasciando ogni lavoratore solo contro il sistema
“balle clamorose” secondo il presidente del fare e non dei fatti, che in questo caso parlano chiaro: una volta esaurita la spinta degli sgravi contributivi per gli assunti a tempo indeterminato previsti della legge di stabilità 2015 – un provvedimento purtroppo solamente temporaneo e che così com’è stato progettato è costato non poco alla collettività – nessuno assume più, e al contempo esplode il fenomeno dei voucher, ovvero il precariato più estremo, che polverizza il lavoro ed esclude qualsiasi ipotesi di ferie, malattia, pensione

precariato, incertezza, cancellazione dei diritti, costante peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita di fette sempre più grandi della popolazione
sto parlando di temi che ci coinvolgono tutti, che dovrebbero essere al primo punto di qualsiasi programma politico o discussione parlamentare, e invece, consapevolmente, trovano sempre meno spazio
e la corda sociale è sempre più tesa

l’anno prossimo saremo ancora qui a dirci le stesse cose

c’è questa cosa un po’ buffa, che più tempo passo lontano da queste pagine, più ho difficoltà a riprendere
come se dovessi dimostrare a me stesso di tenerci ancora, e quindi dovessi riassumere qui tutto quello che è successo dall’ultima volta
ed è impossibile, perché le cose succedono ad una velocità ingestibile, le idee si accumulano e si perdono, e se non le fisso non rimane quasi niente
tornare dopo mesi su cose già dette da altri sembra inutile, e invece dovrei farlo, perché il mio punto di vista finisce per confondersi se non lo fermo su carta, così come le mie sensazioni, le mie emozioni per quanto leggo o vedo accadere intorno a me

il video qui sopra circola già da qualche tempo nei social, compare raramente e del tutto inatteso tra le foto di robe da mangiare e le discussioni petalose che animano quei lidi
non so se lascia qualche traccia tra gli utenti medi di facebook e compagnia, io invece l’avrò visto qualche decina di volte
il sottotitolo aggiunto dall’indipendent è “next time someone wonders why refugees are risking everything to come to europe, show them this”

ho scelto di ripartire da qui perché questo filmato non descrive solo una particolare situazione drammatica in un determinato paese devastato dalla guerra, ma racconta la desolazione disperata che il nostro mondo, il nostro modo di vivere, la nostra arrogante supremazia, hanno imposto all’altra metà del pianeta
siamo noi la causa delle immagini di quel video, siamo noi che obblighiamo milioni di persone alla povertà e all’esilio, e ora finalmente dobbiamo farci i conti

mi viene da pensare che siamo di fronte ad un periodo storico ben definito, quello delle migrazioni di massa, che verrà studiato nei prossimi secoli, se ci sarà ancora un’umanità
la dimensione e l’inevitabilità di tali fenomeni sono qualcosa di cui dobbiamo prendere atto, così come dobbiamo accettare l’idea che le stragi di migranti in mare o durante le marce per raggiungere il nostro continente non sono causate da scafisti senza scrupoli, ma dalle politiche egoiste europee ed italiane di non accoglienza e di respingimento
deve essere prioritario per l’occidente creare canali umanitari per accogliere il maggior numero di profughi possibile, per evitare altre sofferenze che pesano sulla nostra coscienza collettiva

la foto del bimbo siriano senza vita, sdraiato a pancia in giù su una spiaggia turca sull’egeo, per me è stata come un pugno
sarà la mia paternità, ma non riesco ad evitare le lacrime agli occhi e il nodo alla gola ogni volta che ci ripenso, anche in questo momento, anche a distanza di mesi
mi viene da urlare, mi viene da aprire la finestra ed urlare tutta la mia rabbia, il mio dolore, penso al padre, che ha visto morire tra le sue braccia l’intera sua famiglia, e penso al titolo lacerante del manifesto su quella foto: “niente asilo

sì, perché siamo noi che non concediamo asilo, siamo noi ad aver anteposto le nostre paure alla sopravvivenza di queste persone, perché se un padre rischia la vita di tutta la sua famiglia spendendo migliaia di euro per un viaggio senza speranza, è perché noi non gli concediamo il visto per venire qua in aereo o con qualsiasi altro mezzo sicuro
non deve succedere più
aiutiamoli