sitting still was never enough

ricordiamoci sono storie che meritano di essere ricordate, dicevo
il secondo anniversario importante che ricorre quest’anno è il settantesimo dallo scoppio della seconda guerra mondiale, che ha avuto la polonia come teatro di alcuni tra i più tristi e inumani episodi mai escogitati da mente umana
il primo settembre del 1939 la strapotenza militare nazista invade la polonia e in meno di un mese la fa sua, grazie alla sua schiacciante superiorità di mezzi e con la complice cooperazione dei sovietici sul fronte orientale
una spartizione in grande stile, che in un attimo cancella la repubblica polacca dalle carte geografiche, e che sarebbe durata a fasi alterne per tutta la guerra, con la conquista totale da parte dei nazisti nel 1941 in conseguenza all’operazione barbarossa, e la successiva rivalsa dei russi qualche anno dopo, con l’armata rossa che si riprende tutto il montepremi arrivando fino a berlino
la polonia è stata la nazione che ha pagato il prezzo più alto in termini di popolazione, in sei anni di guerra sono morti circa sei milioni di polacchi, più o meno un abitante su cinque, e più del 90% di questi erano civili, obiettivi della disgustosa violenza nazista e sovietica
l’episodio di cui voglio scrivere, e di cui nella mia suprema ignoranza non avevo mai sentito parlare prima di venire qua, è la powstanie warszawskie, ovvero l’insurrezione di varsavia

nell’estate del ’44 la polonia subisce l’umiliazione dell’occupazione nazista da quasi cinque anni, ma mentre all’inizio non si vedevano vie d’uscita, data la soverchiante superiorità delle truppe di hitler, che seminavano distruzione in mezzo mondo senza freni apparenti, ormai le sorti della guerra sono cambiate, e l’imponente armata staliniana sembra poter dare un contributo determinante alla liberazione dell’europa dell’est dall’oppressione nazista
nel frattempo, di certo i polacchi non sono rimasti a guardare: il governo della repubblica, in esilio a londra, comanda le forze armate polacche nelle loro importantissime battaglie insieme agli alleati in giro per il mondo, tra cui la tremenda battaglia di montecassino, che se non era per loro a quest’ora chissà noi romani che fine avevamo fatto
poi c’è lo stato segreto polacco, ovvero tutte le organizzazioni sotterranee, militari e civili, che operano in polonia durante la guerra e resistono gagliardamente all’occupazione tedesca
c’è la armia krajowa, l’esercito underground della resistenza polacca, principale artefice dell’insurrezione

e insomma niente, a meno di un anno dalla conclusione del periodo più sanguinoso e terribile della storia dell’umanità, i poveri patrioti polacchi cominciano a sentire legittima qualche tenue speranza di rivalsa e di liberazione: in particolare, le truppe dell’armata rossa sono ormai arrivate alla periferia di varsavia, stanziandosi dall’altra parte della vistola, e continuando a combattere il nemico con la svastica in tutta l’europa orientale (anche con la collaborazione dei partigiani polonici, che non si tirano mai indietro quando c’è da dare la vita per la libertà)
certo, i rapporti tra russi e polacchi non sono dei migliori: in tutta onestà, come fai a credere che la liberazione te la darà uno degli imperi più potenti del ventesimo secolo? come fai a fidarti di chi pochi anni prima ha invaso il tuo paese senza pensarci due volte? come puoi affidare le tue speranze agli autori di massacri incredibili contro prigionieri di guerra tuoi fratelli?
appare evidente a molti che sfuggire ai nazisti equivale a finire nella rete dei sovietici, e che le speranze di uno stato indipendente polacco si scontrano contro le pretese imperialistiche della violenza stalinista
tuttavia, che fare? rinunciare a combattere? continuare a passare da un oppressore all’altro senza alzare mai la testa?

non è il caso degli abitanti di varsavia, che rassicurati dalla presenza dell’armata rossa inoperosa a pochi chilometri dalla città, e confortati dal sostegno di churchill e degli alleati tutti, decidono finalmente di insorgere contro l’invasor
è il primo agosto del 1944, sono le 17 in punto: la w-hour, l’ora della libertà (wolność)

è una lotta impari, soprattutto per quanto riguarda la potenza di fuoco, e poi una cosa è fare i cecchini o gli assalti sporadici notturni alle pattuglie naziste, un’altra è combattere a viso aperto contro la wehrmacht
e infatti dopo i primi giorni di successi, con i soldati tedeschi colti di sorpresa e costretti a inedite ritirate, il peso della battaglia si sposta dalla parte opposta, con l’arrivo dei rinforzi da berlino e la migliore organizzazione delle truppe di hitler rispetto ai volenterosi e battaglieri, ma completamente impreparati, partigiani polacchi
va be’, è normale, l’importante è resistere ancora un po’, tanto la raf sta arrivando a bombardare quei maledetti nazisti, i russi sono alle porte della città, devono solo smontare le tende e in meno di mezz’ora sono qui, e tra poco si festeggerà tutti insieme a colpi di vodka e ci abbracceremo e le nostre donne saranno solo per noi e quei crucchi spacconi saranno solo un tremendo ricordo
dobbiamo solo resistere, fratelli, manca poco
stanno arrivando i rinforzi

non sono mai arrivati
i voli della raf paracadutarono solo poche armi e aiuti umanitari come cibo e medicine, che furono facilmente preda dei nazisti
i russi invece non si mossero, assistettero da pochi passi alla sanguinosa mortificazione della popolazione di varsavia senza battere ciglio
si pensa che stalin non abbia dato il via libera all’intervento perché era sicuro che a breve la polonia sarebbe stata la sua prossima vittima in ogni caso, e non voleva avere problemi di sorta durante la futura invasione

la capitolazione della città viene decretata il 2 ottobre, con il cessate il fuoco e la resa del capo degli insorti, il generale komorowski (il suo nome in codice è “bór”: la foresta)
i tedeschi promettono di trattare i militari nemici e la popolazione in maniera umana, seguendo la convenzione di ginevra, ma immediatamente dopo impongono all’intera cittadinanza di evacuare la città, perché bisogna soddisfare un ordine assurdo e inspiegabile di hitler, uno dei suoi capricci più disgustosi e crudeli: la distruzione totale di varsavia, casa per casa
la capitale polacca viene rasa al suolo sistematicamente dai nazisti, che fanno arrivare dalla germania ingegneri e squadre speciali per portare avanti il lavoro nel più efficace e “tedesco” dei modi: alla fine della guerra varsavia avrà perduto più dell’85% dei suoi edifici, inclusi monumenti, chiese, biblioteche, scuole, l’università, il politecnico

il giorno dopo la resa, il 3 ottobre, il governo polacco rilascia questo comunicato: « non abbiamo ricevuto alcun sostegno effettivo… siamo stati trattati peggio degli alleati di hitler in romania, in italia e in finlandia. la nostra rivolta avviene in un momento in cui i nostri soldati all’estero stanno contribuendo alla liberazione di francia, belgio e olanda. ci riserviamo di non esprimere giudizi su questa tragedia, ma possa la giustizia di dio pronunciare un verdetto sull’errore terribile col quale la nazione polacca si è scontrata e possa egli punirne gli artefici »

vorrei poter dire qualcosa di sensato, dopo una storia come questa
mi domando invece cosa possa aver voluto dire subire un tale tradimento, soprattutto da parte della superpotenza che poi avrebbe esercitato il suo dominio assoluto sulla polonia per i successivi quarant’anni e passa
e mi chiedo quanto può essere stato emozionante, alla fine di questi quattro decenni, ribadire la propria indipendenza in maniera così limpida, riconquistarla solo con la forza della propria volontà

the sunrise is just over that hill, the worst is over

cowboyil duemilanove è un anno particolare per il paese che ancora per pochi giorni ha l’onere di ospitarmi, perché si commemorano gli anniversari di due avvenimenti a dir poco significativi: il primo cadeva un paio di settimane fa, e sono i vent’anni dalla caduta del comunismo in polonia e le prime libere elezioni in un paese del blocco sovietico, il 4 giugno del 1989; il secondo cadrà il primo settembre, precisamente settant’anni dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, con l’invasione micidiale della strapotenza nazista su queste lande impreparate
il sito ufficiale che celebra queste due ricorrenze riporta con orgoglio la frase “è cominciato in polonia”, ed in effetti non si può non riconoscere il ruolo da protagonista di questo esotico paese nella storia del secolo scorso

dall’inizio del mese una delle vie principali della città, krakowskie przedmieście (lo scrivo solo perché da poco ho anche imparato a pronunciarla), è piena di stand e installazioni che celebrano l’evento del quattro giugno, con foto e cartelloni che ricordano e celebrano la grande vittoria democratica di solidarność e di tutta la polonia
non ne so molto, lo ammetto, ricordo questo nome strano da quando sono bimbo ma appunto ero troppo piccino per seguire dal vivo quello che è successo, e vi confesso che girare per questi stand, leggere i racconti, guardare le foto in bianco e nero di quegli anni, mi ha davvero colpito
prima di venire qui, da supremo ignorante quale sono ero convinto di trovare un paese significativamente diverso rispetto all’italia o a qualunque altro paese europeo in cui sono stato, e invece mi sono trovato di fronte a una nazione gagliarda e con un spirito pienamente in linea con il resto d’europa; poi ho visto foto di carri armati per le strade, ho letto di leggi marziali, ho saputo di preti assassinati, di scioperi della fame collettivi, di manifestazioni represse nel sangue, di massicce mobilitazioni internazionali inascoltate, e mi sono chiesto quanto forti bisogna essere per uscire da anni così, e uscirne con le proprie forze
mi sono chiesto se un polacco dei primi anni ottanta abbia mai creduto che ce l’avrebbe fatta, che il suo paese ce l’avrebbe fatta, e l’europa con lui
mi sono chiesto come sarebbe stato esserci

ho letto d’un fiato la storia di solidarność su wikipedia e mi sono emozionato di fronte alla lotta impari che questi coraggiosi hanno portato avanti per più di un decennio
ho letto degli scioperi colossali di fine anni settanta, della nascita di questo grande movimento sindacale federazione di tanti piccoli gruppi locali, inteso come strumento di rivendicazione di diritti dei lavoratori, ma anche come immagine di una volontà di rinnovamento democratico radicale di tutto un mondo, quello dell’est europeo, che da troppo tempo soffriva la dittatura sovietica
in pochi anni solidarność raggiunge milioni di iscritti, una potenza di massa del tutto inedita per un paese vittima del regime comunista, e allarga la sua base a intellettuali e dissidenti, in tutta la polonia e anche all’estero, praticando forme di lotta originali ed efficaci, rinunciando per principio alla violenza per non dare scusanti alla violenza della repressione
che però non tarda a farsi sentire, per via delle pressioni provenienti da mosca, insofferente a tutti questi stimoli indipendentisti nella sua zona d’influenza: alla fine del 1981 il generale jaruzelski dichiara illegale solidarność, fa arrestare e condannare a secoli di carcere senza alcun processo centinaia di suoi leader e di iscritti, e impone la legge marziale in polonia: coprifuoco, decine di assassinii di stato passati per “tragiche fatalità”, carri armati e soldati per le strade, linee telefoniche tagliate, attenta censura di tutte le notizie e le comunicazioni potenzialmente ostili al regime
per quanto disgustosa, c’è tutt’ora chi sostiene che imporre stan wojenny (letteralmente “stato di guerra) in polonia sia stata una scelta obbligata, per evitare l’intervento esterno di mosca, come avvenne a budapest e a praga nei decenni precedenti, che avrebbe fatto ancora più male
in ogni caso questa fase tremenda della storia polacca è durata più di un anno e mezzo, incredibile

non che negli anni immediatamente successivi la situazione fosse cambiata più di tanto: alla fine del 1983, al leader di solidarność, lech wałęsa, viene assegnato il premio nobel per la pace, simbolo della grande partecipazione internazionale alle vicissitudini tragiche del popolo polacco, ma non può certamente ritirarlo di persona perché il governo gli rifiuta un passaporto
l’anno dopo viene assassinato da qualche sgherro governativo jerzy popiełuszko, il prete voce di solidarność: un omicidio che suscita un’emozione fortissima, e ai funerali parteciperanno centinaia di migliaia di persone
ho visto le foto di quel giorno, l’immensa folla riunita intorno alla chiesa, davvero impressionante: non si stavano raccogliendo solo per pregare, ma anche per farsi coraggio l’un l’altro, per contarsi, e per testimoniare la loro presenza, la loro voglia di riscatto, erano insieme per dimostrare che la loro volontà era più forte di qualunque carro armato, e che non sarebbero bastati tutti i proiettili del mondo per fermarli
le facce ritratte nelle foto sono incredibilmente dignitose, facce tristi ma convinte, e mi hanno trasmesso una vera partecipazione, avrei voluto abbracciarli tutti

poi niente, una serie di eventi favorevoli, di persone giuste al posto giusto, ha aiutato il popolo polacco a compiere passi determinanti nell’avvicinamento all’obiettivo democratico: non solo il papa, che qui viene adorato come credo meriti, ma anche la presenza reagan negli stati uniti, e soprattutto l’elezione di gorbacev a capo del cremlino, che evidentemente rispondeva a un’esigenza di rinnovamento epocale che non veniva soltanto dai satelliti, ma era viva e presente anche nella grande madre russia

il faticoso cammino di rilegittimazione di solidarność ha il suo culmine proprio nel 1989, con le famose tavole rotonde tra decine di rappresentanti del movimento e lo stato, dove finalmente vengono rese ufficiali le richieste democratiche di un’intera nazione, e dove solidarność ottiene il via libera per presentarsi alle successive elezioni in alternativa al partito comunista, la prima volta in un paese sovietico
sono elezioni storiche, in cui solidarność ottiene qualcosa come 160 seggi su 161, e segnano l’ingresso trionfale della polonia nell’era moderna
un evento che ruppe il ghiaccio e diede il via alle rivoluzioni dell’ottantanove in tutti i paesi del blocco sovietico: ungheria, cecoslovacchia, germania est..

ok, per oggi basta con la lezione di storia, è tardi
ne parlerei per ore, in effetti, perché sono cose affascinanti, soprattutto quando il ricordo è ancora così fresco e così sentito dalle persone che ti circondano
magari la prossima volta scrivo qualcosa sulla guerra e su varsavia, ci sono cose che meritano di essere ricordate

and no one deared disturb the sound of silence

targaè che non c’è molto da dire, che non sia stato già detto
eppure quello che è stato detto non è sufficiente
si possono leggere tutti i libri, vedere tutti i film, guardare tutti i documentari, ma finché non ci si sta dentro non si riesce a sentire
vi assicuro che trovarvi di fronte al male non è una esperienza così leggera

il museo di auschwitz I è soffocante, quando fuori c’è il sole e dentro le casupole di mattoni rossi c’è il buio e il silenzio e il freddo pungente di ambienti che non hanno conosciuto che dolore
ogni stanza è una storia, un racconto, un aspetto lacerante della vita del campo, testimoniata da foto e ricordi e pezzi di esistenze strappate
dopo un po’ non vedi l’ora di uscire all’aria aperta, di vedere il sole, di gustare qualcosa di vivo e di bello

invece auschwitz II, meglio conosciuto come birkenau, è il campo di sterminio vero e proprio, ed è insopportabilmente enorme
non ne è rimasto molto, la metodicissima organizzazione nazista ha voluto nascondere tutte le tracce possibili degli abomini compiuti su quei luoghi, e ciò che si osserva è un’enorme distesa di terra, in piena campagna o quasi, con qualche sparuta casupola di legno: delle stalle, in origine destinate a contenere una cinquantina di cavalli, e riconvertite a dimore per qualche centinaio di disgraziati
poi i ruderi delle camere a gas, magistralmente rase al suolo dalla vigliaccheria nazista
il silenzio è impressionante, e il vento

e non c’è bisogno di aggiungere niente, non servono immagini cruente o rievocazioni particolari, non serve spettacolarizzare il dolore, anzi: io ne sono uscito come dopo un pugno nello stomaco, perché la profondità della sofferenza che certe storie evocano è ben diversa rispetto a qualsiasi film o libro
auguro a tutti di venire e di vedere, e poi di raccontare

don’t stand so close to me

faccial’ultima volta che sono tornato da roma mi sono dimenticato di portare quassù la scheda elettorale
avevo intenzione di rivolgermi all’ambasciata per poter esercitare il mio diritto di voto da qui, non sapevo se si potesse fare ma alla fine tentar non avrebbe nuociuto, no?
(oddìo si sarebbe trattato di affrontare la proverbiale efficienza amministrativa delle ambasciate italiane, ma tutto sommato anche quelle sono esperienze)
e invece niente, me la sono bellamente dimenticata, e quindi stavolta la democrazia farà a meno di me

questa mia amnesia in realtà mi toglie dall’imbarazzo di una scelta che non credo avrei mai saputo fare
più imbarazzo che scelta, effettivamente
la sinistra non esiste più da anni, ormai: parlo di sinistra vera, efficace, non di siglette combattive pronte a scannarsi per la purezza più insulsa
il partito democratico ha un segretario più gagliardo di quello che pensassi (meglio un democristiano orgoglioso di un progressista bollito), ma è sempre vittima di giochi di potere interni di raro squallore, con le solite vecchie facce pronte a qualsiasi vigliaccheria pur di ribadire il loro feudo su tutto ciò che puzza di nuovo
di pietro, se prima pareva l’unica opposizione, ora per quanto mi riguarda ha perso il suo fascino, perché incapace di rinnovarsi, e d’altra parte capacissimo di presentare volti piuttosto impresentabili alle imminenti elezioni
e allora tanto vale lasciarli a scannarsi, tanto qui non arriva la campagna elettorale, e ci si può concentrare su cose più serie

quello che invece arriva con grande fluorescenza è l’epopea pedofaraonica del nostro marajà, delle cui gesta qui in polonia non esitano a ridere e godere
da parte mia, se in un primo momento trovavo piuttosto triste concentrarsi su un aspetto così misero della vicenda tragicomica dell’ometto a capo del governo, di tutti i lati più nauseabondi ancora da evidenziare e di cui si dovrebbe parlare, ora invece penso che in effetti non ci trovo niente di male, nello scavare nel marcio privato di un essere che ha fatto del suo presunto privato vincente l’arma per sedurre milioni di italiani (ricordiamo tutti con gusto gli opuscoli coloratissimi che il boss ci mandava a casa alla vigilia delle politiche, no? i figli, i fiori, le vittorie private, le pubbliche virtù)
penso che sia l’unico modo per mettergli contro il suo più grande sponsor, la chiesa cattolica, che fino a poche settimane fa manifestava un endorsement imbarazzante per un paese che si autodefinisce libero: voglio vedere ora come continueranno a difendere il paladino della famiglia, che rifiuta di confrontarsi di fronte a evidenze di pessimo lignaggio
penso che sia l’unico modo di incalzarlo senza dargli più di tanto modo di attaccare giudici rossi o comunisti di vario genere, perché si tratta di domande su episodi su cui la magistratura non sta indagando e su cui la “sinistra” non sta facendo più di tanto la sua parte (come se mai la facesse..)(a parte quella pessima uscita di franceschini sui figli del berlusca, pessima perché non solo ha dimostrato come si possa sempre scendere a un livello ancora più basso, ma perché ha anche permesso all’armata di ricompattarsi)
e penso che in generale sia l’unico modo per metterlo in crisi: andiamo, l’italia ha un governo che si regge soltanto sul culto e la venerazione di una persona, sull’immagine assoluta che è riuscita a creare nella testa di mezzo paese, e che ora per la prima volta può essere incrinata
finalmente i giornali possono.. va be’, finalmente repubblica può indagare e scavare e insistere, senza doversi rivolgersi a nessuna procura o tribunale, finalmente ci può essere un giornalismo come si deve, finalmente si può portare a galla l’evidenza semplicemente facendo il proprio mestiere
auguro ai giornalisti del gruppo ogni bene, anche se so che l’italiano ha un tempo di tolleranza sulle notizie non maggiore di un paio di giorni, dopodiché si stufa e vuole altro e mette sul cinque che ci sta la de filippi

e intanto i polonici se la ridono

while we’re on the subject, could we change the subject now?

autonon è che abbia poi tutto questo tempo per aggiornare il blog
qui mi fanno lavorare
e poi che dire? che visione si ha dell’italia da quassù?

sui giornali online non si parla d’altro che delle imprese erotico-sentimentali del presidente del consiglio, gustosi siparietti che mettono in ombra anche i tremebondi pericoli dell’ennesima epidemia apocalittica (durata una settimana o poco più, mi pare, no?) e le rinnovate avventure capitalistiche della compagnia automobilistica di bandiera, capace di esportare un po’ di democrazia anche in angoli incontaminati come germania e stati uniti (con che soldi, poi? quelli nostri, giusto?)
be’, tutto ciò è squalliduccio anzichennò, e me ne terrei volentieri alla larga, le mille leghe che mi separano dal “bel paese” non sono mai state così confortanti
poi leggo che stasera il berlusca andrà da vespa (il temuto giornalista, celebre per le sue domande ficcanti e inquisitorie ai potenti) a pretendere le scuse della sua signora
“è colpa della sinistra!”
adoro il grottesco

ragazzi, sto via da pochi mesi, eppure non ricordo qualcosa di altrettanto desolante
la nazione tutta raccolta intorno al televisore per conoscere le deprimenti attività personali del suo presidente, nella sublimazione del discorso politico a reality show
il passaggio da democrazia a pubblico televisivo è ormai completo

non mi resta che chiedere la cittadinanza polonica

it’s so cold in this house

primaverasono giorni che apro le pagine dei quotidiani online e c’è sempre la foto del berlusca
e penso che l’italia non se ne libererà mai

la cosa bella di vivere in un altro paese è che puoi facilmente chiudere la pagina e stare tranquillo che nessuno ti verrà mai a ricordare della mortificazione che sei costretto a subire, qui non ci sono telegiornali governativi (se anche ci fossero, non sarebbero certo italiani) (ma in realtà non ho la televisione, quindi non saprei dire) (e se pure l’avessi, non capisco il polacco) né ronde anti-immigrati né gasparri né altri spettacoli pietosi che mi fanno urlare dalla vergogna al solo pensarci
qui si sta bene, il vento freddo di questi giorni ti ghiaccia le guance e frizza nel cervello, e i brutti pensieri di un’italia nuovamente fascista sono lontani qualche migliaio di ettometri

poi niente, arriva un tizio qualsiasi incontrato per caso in un locale, scopre che sei italiano e la prima cosa che risponde è “berlusconi!”
come una gomitata sulle gengive
avrei preferito “pizza spaghetti mandolino”, avrei preferito “lucatoni macaroni”, avrei anche preferito “mafia” (anche se per certi versi non c’è molta differenza, no?), ma che la prima cosa che salti in mente a un polacco random sul nostro paese sia quello lì, be’, un po’ brucia
detto poi da uno che fino a non troppo tempo fa aveva come presidente della repubblica un signore e come presidente del consiglio il suo fratello gemello indistinguibile

interviene un altro nella conversazione e dice che “yeah, berlusconi is fun!”
eh, questa fa forse più male
hai voglia a stare spiegare la differenza tra “conflitto di interessi, mafia, fascismo, massoneria, p2, onnipotenza mediatica, annichilimento di coscienze, servilismo, sessismo, antidemocrazia” e “fun” in una discussione continuamente interrotta dalle gesta eroiche della nazionale di calcio polacca, capace di perdere tristemente anche contro la pur modesta irlanda del nord
ma sì, dimentichiamoci dei nostri crucci e beviamoci su, che passa tutto
anche il freddo

ps: la foto risale a quattro giorni fa