give yourself a fighting chance

genovaquindici anni fa ero a roma, a preparare l’ennesimo tentativo di dare un senso al mio primo anno di ingegneria
il mio amico del liceo invece era a genova, in via tolemaide, a beccarsi un lacrimogeno in pancia, a sdraiarsi per terra quasi incosciente per il dolore e i fumi asfissianti, a venire trascinato via, lontano dalla furia schiacciante e spietata dello stato, da qualche compagno angelo custode che era con lui

ricordo che la preparazione ai giorni di genova l’avevamo avviata insieme, euforici e spensierati, inconsapevoli e fuori da ogni organizzazione, ma comunque tesi e proiettati verso un appuntamento che per noi era importantissimo, ne parlavamo sempre, ne parlavano tutti
a genova bisognava andare, perché si poteva finalmente fare qualcosa, potevamo finalmente farci sentire
solo alla fine mi sono defilato per impegni universitari
avrei dovuto essere lì

il g8 di genova 2001 è stato per me lo spartiacque tra l’adolescenza ovattata e superficiale e il bisogno, l’urgenza di sapere, di capire
la mia coscienza politica, civile, umana, nasce in buona parte da quei fatti, che hanno inciso inesorabilmente nel mio cervello i concetti di giustizia, fratellanza, repressione e fascismo

di quei giorni ricordo l’angoscia, la fame di notizie, il rifugio in libri e articoli e documentari
ricordo il film di gianni minà sugli zapatisti e sul subcomandante marcos, mandato in onda proprio in quelle sere, a scaldare i cuori frustrati degli assenti, come me
ricordo che i due modi paralleli e opposti di vedere e spiegare quei giorni, la versione dall’alto e quella dal basso, sono partiti agli antipodi e non si sono più incontrati

dopo, sono tornato a genova solo nel 2010, quattro giorni, da solo, per questioni lavorative
nonostante non fosse la mia prima volta, ho girato la città a piedi in lungo e in largo, da brignole a sampierdarena, da sestri alla fiera, innamorandomene
ho ripercorso le strade più famose, da via del campo al porto antico, ricordo le scritte sui muri, una in particolare che spiccava in mezzo alle citazioni di de andré: se non cambierà rapiremo la carrà
ricordo le strade strette che non puoi distendere le braccia senza toccare entrambi i muri, ricordo i panni appesi nel chiostro della facoltà di ingegneria occupata, ricordo il mare ovunque
ricordo che sono rimasto in piazza alimonda per tanti minuti, nonostante il freddo

che ne è stato, del g8 del 2001? cosa è rimasto?
a distanza di quindici anni, la sensazione è la stessa di allora: la zona rossa non separava solamente potenti e impotenti, ma divideva nettamente il torto dalla ragione
noi avevamo ragione, ma abbiamo perso
loro, invece, avevano torto: poteri vecchi e intoccabili che avevano deciso di riunirsi solo per procrastinare con tutti i mezzi possibili la supremazia della minoranza sul resto del pianeta, in base a soluzioni turbocapitaliste che non potevano durare
avevano torto, è storia, ma hanno vinto e si sono presi le nostre ragioni: l’ambiente, la sostenibilità, i beni pubblici, che quindici anni fa erano concetti per i quali si meritavano manganellate e torture, un decennio dopo sono diventati ordine del giorno di parecchi partiti di establishment, obama ci ha stravinto due mandati da presidente degli stati uniti, qui da noi si sono stravinti i referendum sull’acqua e sul nucleare, e via di altri esempi chissà poi quanto consolanti

e però dei movimenti che hanno portato sul tavolo quei concetti, quasi nulla è rimasto
i leader di allora, i vari casarini, agnoletto, etc., che sembravano poter offrire nuove chiavi di lettura alle vicende del mondo, convogliando istanze sociali diverse e soprattutto presentando proposte organiche e realistiche, sono spariti
dopo genova non si è presa la rincorsa, ma anzi si è creato un vuoto, la repressione ha funzionato
e in quel vuoto si è inserito il paradosso genovese, beppe grillo, che ha spostato tutto verso destra
sì, la necessità di un riferimento extraistituzionale, svincolato, nuovo, dal basso, è stata incarnata nel movimento 5 stelle, con tutte le pieghe e i risvolti non certo piacevoli che la cosa comporta

eppure quindici anni non sono tanti
infatti il nostro paese, che non ha e continua a non avere una legge sul reato di tortura, pare non aver ancora elaborato, e soprattutto la parte fascista rigurgita spesso fuori le proprie aberranti sentenze, nel silenzio sostanziale delle istituzioni e dell’informazione
genova è una pagina nerissima della nostra storia, che già è un libro tutto piuttosto nero, i cui capitoli successivi non hanno per niente fatto giustizia né aiutato a capire
per quanto mi riguarda, genova invece è stata ed è tutt’ora una lezione, che imparo e faccio mia
e nonostante allora avessi meno di vent’anni e ora quasi trentacinque, nonostante un figlio, una moglie, un lavoro, una casa, mille compromessi, il mio pensare è nato lì e da lì continuerà a nutrirsi
e non dimentica

we all raise our voices to the air

muro

Durante l’occupazione nazista di Roma (8 settembre ’43 – 4 giugno ’44), il Quadraro era noto come covo di partigiani, renitenti alla leva, sabotatori e oppositori al regime, tanto da essere chiamato dall’ambasciatore tedesco a Roma “Nido di Vespe”.

Il 10 aprile 1944, lunedì di Pasqua, Giuseppe Albano (detto “il Gobbo di Quarticciolo”) e altri due partigiani incrociano casualmente presso la trattoria da Gigetto in via Calpurnio Fiamma tre soldati tedeschi. Questi riconoscono Albano, già ricercato per le azioni operate al Quarticciolo, e tentano di mettere mano alle armi, preceduti però da Albano e i suoi che li lasciano a terra senza vita.

L’episodio di Pasquetta costituisce il pretesto di cui il comando nazista si serve per regolare una buona volta i conti con il “Nido di vespe”, attuando il disegno criminale di persecuzione e rappresaglia contro la popolazione civile pianificato già all’indomani dell’attentato di Via Rasella (23 marzo ’44) di cui le Fosse Ardeatine costituiscono il primo tragico atto.

Il 17 aprile 1944, verso le 4 del mattino, inizia dunque l’Operazione Balena. Truppe tedesche guidate da Kappler e coadiuvate dalla Gestapo, dalle SS e dai torturatori della Banda Koch, circondano l’intero quartiere bloccandone ogni via di accesso.

Il rastrellamento fu un vero e proprio atto di polizia politica volto sia a fiaccare la resistenza e a colpire lo spirito combattivo di quelle zone periferiche della Città così coraggiosamente solidali con i partigiani, sia a liberare uno snodo strategico per il rifornimento delle truppe tedesche impegnate sul fronte sud dagli Alleati in avvicinamento.

Quel 17 aprile iniziò per i 947 cittadini romani, rastrellati dal Quadraro, il lungo calvario che – dopo varie soste – li vide infine deportati come “lavoratori volontari” nei campi di concentramento del Centro e Nord Europa e costretti a lavorare in condizioni disumane a sostegno dello sforzo bellico nazista.

Sottoposti a condizioni di lavoro estreme. Senza scarpe, senza vestiti, senza cibo, senza riposo, esposti in queste condizioni al rigido inverno continentale e all’arbitrio dei feroci aguzzini nazisti, ancora più rabbiosi e violenti all’approssimarsi della loro inevitabile sconfitta. Di questi uomini tra i 16 e i 60 anni, che saranno ricordati successivamente come gli “Schiavi di Hitler”, solo circa la metà farà ritorno a Roma e al Quadraro a guerra finita. Molti di essi solo per morirvi qualche tempo dopo come conseguenza delle condizioni di prigionia e delle malattie contratte nel corso della stessa.

Il 17 aprile 2004 nel 60° i Municipi ex VI° e ex X° di Roma, in ricordo del rastrellamento del Quadraro, sono insigniti della Medaglia d’Oro al valore civile.

è il comunicato delle sezioni anpi “nido di vespe” quadraro-cinecittà, “g. sangalli” centocelle, “g. marincola” pigneto-torpignattara “o. leonardi e a. spunticchia” appio, a commemorare i caduti del 17 aprile 1944 del rastrellamento al quadraro

per non dimenticare

tearjerker

angelonon ho grandi ricordi in prima persona dell’epopea dei nirvana, quando andavano di moda io ero alle medie, ricordo solo la noia nei confronti del fratello maggiore di una compagna di classe che aveva imparato il giro di basso di come as you are e lo proponeva ad ogni occasione (io ci sarei arrivato, con la stessa ostinata passione, solo un paio d’anni dopo), e lo stupore per queste coetanee improvvisamente vestite a lutto per la morte di un illustre qualcuno che avevo sentito a malapena nominare (“tu non puoi capire…”)

ho capito solo dopo, l’importanza di questo gruppo, la necessità storica della figura di kurt cobain, che ha aperto la strada all’invasione delle mie tenere orecchie da parte di orde di rozze chitarrozze del nordovest americano
non lo ringrazierò mai abbastanza e non lo rimpiangerò mai abbastanza, questo ragazzo così schivo e triste, così piccolo rispetto al mondo ostile e spietato che gli girava intorno, così indifeso nei confronti di chi lo spremeva per succhiare fino all’ultima goccia del suo talento e della sua purezza
profonda tenerezza e immensa rabbia, ciò che provo ancora quando riguardo le foto che ogni media sta proponendo in questi giorni, e non c’ero ma immagino benissimo cosa scrivevano allora, quando lo vedevano disarmato combattere l’asettico castello di illusioni e superficialità che gli costruivano intorno, quando non si riconosceva nelle etichette che si ritrovava affibbiate addosso dagli arroganti sconosciuti, quando cercava in tutti i modi di scappare dal vuoto e rifugiarsi nell’altrove, non riuscendoci quasi mai

non riesco a non pensare che ci sia stata una deliberata volontà, da parte di chi si arricchiva delle sue sofferenze, nel farlo superare il limite, nel creare il personaggio immortale grazie alla sua tragica scomparsa, e mi viene da vomitare, perché chissà quanto avrebbe potuto ancora darci, quanta bellezza avrebbe potuto condividere, quante emozioni avremmo potuto vivere con lui

‘cause the one who hurts
can give so much
you gave me such

sitting still was never enough

ricordiamoci sono storie che meritano di essere ricordate, dicevo
il secondo anniversario importante che ricorre quest’anno è il settantesimo dallo scoppio della seconda guerra mondiale, che ha avuto la polonia come teatro di alcuni tra i più tristi e inumani episodi mai escogitati da mente umana
il primo settembre del 1939 la strapotenza militare nazista invade la polonia e in meno di un mese la fa sua, grazie alla sua schiacciante superiorità di mezzi e con la complice cooperazione dei sovietici sul fronte orientale
una spartizione in grande stile, che in un attimo cancella la repubblica polacca dalle carte geografiche, e che sarebbe durata a fasi alterne per tutta la guerra, con la conquista totale da parte dei nazisti nel 1941 in conseguenza all’operazione barbarossa, e la successiva rivalsa dei russi qualche anno dopo, con l’armata rossa che si riprende tutto il montepremi arrivando fino a berlino
la polonia è stata la nazione che ha pagato il prezzo più alto in termini di popolazione, in sei anni di guerra sono morti circa sei milioni di polacchi, più o meno un abitante su cinque, e più del 90% di questi erano civili, obiettivi della disgustosa violenza nazista e sovietica
l’episodio di cui voglio scrivere, e di cui nella mia suprema ignoranza non avevo mai sentito parlare prima di venire qua, è la powstanie warszawskie, ovvero l’insurrezione di varsavia

nell’estate del ’44 la polonia subisce l’umiliazione dell’occupazione nazista da quasi cinque anni, ma mentre all’inizio non si vedevano vie d’uscita, data la soverchiante superiorità delle truppe di hitler, che seminavano distruzione in mezzo mondo senza freni apparenti, ormai le sorti della guerra sono cambiate, e l’imponente armata staliniana sembra poter dare un contributo determinante alla liberazione dell’europa dell’est dall’oppressione nazista
nel frattempo, di certo i polacchi non sono rimasti a guardare: il governo della repubblica, in esilio a londra, comanda le forze armate polacche nelle loro importantissime battaglie insieme agli alleati in giro per il mondo, tra cui la tremenda battaglia di montecassino, che se non era per loro a quest’ora chissà noi romani che fine avevamo fatto
poi c’è lo stato segreto polacco, ovvero tutte le organizzazioni sotterranee, militari e civili, che operano in polonia durante la guerra e resistono gagliardamente all’occupazione tedesca
c’è la armia krajowa, l’esercito underground della resistenza polacca, principale artefice dell’insurrezione

e insomma niente, a meno di un anno dalla conclusione del periodo più sanguinoso e terribile della storia dell’umanità, i poveri patrioti polacchi cominciano a sentire legittima qualche tenue speranza di rivalsa e di liberazione: in particolare, le truppe dell’armata rossa sono ormai arrivate alla periferia di varsavia, stanziandosi dall’altra parte della vistola, e continuando a combattere il nemico con la svastica in tutta l’europa orientale (anche con la collaborazione dei partigiani polonici, che non si tirano mai indietro quando c’è da dare la vita per la libertà)
certo, i rapporti tra russi e polacchi non sono dei migliori: in tutta onestà, come fai a credere che la liberazione te la darà uno degli imperi più potenti del ventesimo secolo? come fai a fidarti di chi pochi anni prima ha invaso il tuo paese senza pensarci due volte? come puoi affidare le tue speranze agli autori di massacri incredibili contro prigionieri di guerra tuoi fratelli?
appare evidente a molti che sfuggire ai nazisti equivale a finire nella rete dei sovietici, e che le speranze di uno stato indipendente polacco si scontrano contro le pretese imperialistiche della violenza stalinista
tuttavia, che fare? rinunciare a combattere? continuare a passare da un oppressore all’altro senza alzare mai la testa?

non è il caso degli abitanti di varsavia, che rassicurati dalla presenza dell’armata rossa inoperosa a pochi chilometri dalla città, e confortati dal sostegno di churchill e degli alleati tutti, decidono finalmente di insorgere contro l’invasor
è il primo agosto del 1944, sono le 17 in punto: la w-hour, l’ora della libertà (wolność)

è una lotta impari, soprattutto per quanto riguarda la potenza di fuoco, e poi una cosa è fare i cecchini o gli assalti sporadici notturni alle pattuglie naziste, un’altra è combattere a viso aperto contro la wehrmacht
e infatti dopo i primi giorni di successi, con i soldati tedeschi colti di sorpresa e costretti a inedite ritirate, il peso della battaglia si sposta dalla parte opposta, con l’arrivo dei rinforzi da berlino e la migliore organizzazione delle truppe di hitler rispetto ai volenterosi e battaglieri, ma completamente impreparati, partigiani polacchi
va be’, è normale, l’importante è resistere ancora un po’, tanto la raf sta arrivando a bombardare quei maledetti nazisti, i russi sono alle porte della città, devono solo smontare le tende e in meno di mezz’ora sono qui, e tra poco si festeggerà tutti insieme a colpi di vodka e ci abbracceremo e le nostre donne saranno solo per noi e quei crucchi spacconi saranno solo un tremendo ricordo
dobbiamo solo resistere, fratelli, manca poco
stanno arrivando i rinforzi

non sono mai arrivati
i voli della raf paracadutarono solo poche armi e aiuti umanitari come cibo e medicine, che furono facilmente preda dei nazisti
i russi invece non si mossero, assistettero da pochi passi alla sanguinosa mortificazione della popolazione di varsavia senza battere ciglio
si pensa che stalin non abbia dato il via libera all’intervento perché era sicuro che a breve la polonia sarebbe stata la sua prossima vittima in ogni caso, e non voleva avere problemi di sorta durante la futura invasione

la capitolazione della città viene decretata il 2 ottobre, con il cessate il fuoco e la resa del capo degli insorti, il generale komorowski (il suo nome in codice è “bór”: la foresta)
i tedeschi promettono di trattare i militari nemici e la popolazione in maniera umana, seguendo la convenzione di ginevra, ma immediatamente dopo impongono all’intera cittadinanza di evacuare la città, perché bisogna soddisfare un ordine assurdo e inspiegabile di hitler, uno dei suoi capricci più disgustosi e crudeli: la distruzione totale di varsavia, casa per casa
la capitale polacca viene rasa al suolo sistematicamente dai nazisti, che fanno arrivare dalla germania ingegneri e squadre speciali per portare avanti il lavoro nel più efficace e “tedesco” dei modi: alla fine della guerra varsavia avrà perduto più dell’85% dei suoi edifici, inclusi monumenti, chiese, biblioteche, scuole, l’università, il politecnico

il giorno dopo la resa, il 3 ottobre, il governo polacco rilascia questo comunicato: « non abbiamo ricevuto alcun sostegno effettivo… siamo stati trattati peggio degli alleati di hitler in romania, in italia e in finlandia. la nostra rivolta avviene in un momento in cui i nostri soldati all’estero stanno contribuendo alla liberazione di francia, belgio e olanda. ci riserviamo di non esprimere giudizi su questa tragedia, ma possa la giustizia di dio pronunciare un verdetto sull’errore terribile col quale la nazione polacca si è scontrata e possa egli punirne gli artefici »

vorrei poter dire qualcosa di sensato, dopo una storia come questa
mi domando invece cosa possa aver voluto dire subire un tale tradimento, soprattutto da parte della superpotenza che poi avrebbe esercitato il suo dominio assoluto sulla polonia per i successivi quarant’anni e passa
e mi chiedo quanto può essere stato emozionante, alla fine di questi quattro decenni, ribadire la propria indipendenza in maniera così limpida, riconquistarla solo con la forza della propria volontà

and no one deared disturb the sound of silence

targaè che non c’è molto da dire, che non sia stato già detto
eppure quello che è stato detto non è sufficiente
si possono leggere tutti i libri, vedere tutti i film, guardare tutti i documentari, ma finché non ci si sta dentro non si riesce a sentire
vi assicuro che trovarvi di fronte al male non è una esperienza così leggera

il museo di auschwitz I è soffocante, quando fuori c’è il sole e dentro le casupole di mattoni rossi c’è il buio e il silenzio e il freddo pungente di ambienti che non hanno conosciuto che dolore
ogni stanza è una storia, un racconto, un aspetto lacerante della vita del campo, testimoniata da foto e ricordi e pezzi di esistenze strappate
dopo un po’ non vedi l’ora di uscire all’aria aperta, di vedere il sole, di gustare qualcosa di vivo e di bello

invece auschwitz II, meglio conosciuto come birkenau, è il campo di sterminio vero e proprio, ed è insopportabilmente enorme
non ne è rimasto molto, la metodicissima organizzazione nazista ha voluto nascondere tutte le tracce possibili degli abomini compiuti su quei luoghi, e ciò che si osserva è un’enorme distesa di terra, in piena campagna o quasi, con qualche sparuta casupola di legno: delle stalle, in origine destinate a contenere una cinquantina di cavalli, e riconvertite a dimore per qualche centinaio di disgraziati
poi i ruderi delle camere a gas, magistralmente rase al suolo dalla vigliaccheria nazista
il silenzio è impressionante, e il vento

e non c’è bisogno di aggiungere niente, non servono immagini cruente o rievocazioni particolari, non serve spettacolarizzare il dolore, anzi: io ne sono uscito come dopo un pugno nello stomaco, perché la profondità della sofferenza che certe storie evocano è ben diversa rispetto a qualsiasi film o libro
auguro a tutti di venire e di vedere, e poi di raccontare

like echoes nobody hears, it goes

forse non avrei dovuto pubblicare questo video
sono sempre stato un convinto sostenitore del fatto che non ci sia bisogno di far vedere sangue, cadaveri o altri spettacoli tremendi per portare avanti un discorso, per esprimere un’idea o un sentimento
però questa breve clip, rubata dalla papera zoppa, mi ha colpito più del solito, anzi mi ha completamente sconvolto, forse proprio perché non mostra né sangue né violenza, ma solo il dolore

risale a qualche giorno fa
c’è un telegiornale in onda, in diretta, su una delle televisioni israeliane, c’è una giornalista che sta per lanciare un servizio sulle ennesime dichiarazioni di guerra del ministro della difesa
c’è un collega in studio che riceve una telefonata improvvisa da parte di un suo amico, un medico palestinese, si chiama aboul aish, è di gaza ed è anche un collaboratore abituale della televisione
viene spesso contattato, il dottor aish, perché da quando è iniziata la guerra è a gaza con la famiglia, e da giorni comunica agli spettatori il punto di vista dei gazawi, il loro terrore quotidiano, la loro convivenza con la morte
stavolta è diverso, non è stato contattato, ha chiamato lui
una granata israeliana ha appena ucciso tre delle sue figlie
improvvisamente, in diretta, durante la trasmissione, irrompe il dolore di quest’uomo
urla di pianto strazianti, impossibili da fermare, l’inspiegabile assurdità di una perdita così enorme, così insopportabile, eppure così prevedibile e temuta
come si può concepire un lutto così grande, come ci si può fare una ragione?
aboul aish è un dottore che opera a tel aviv, è un ginecologo, con il suo lavoro aiuta chissà quanti israeliani ad avere una vita migliore, e allora come si può spiegare questa ricompensa?
lo sguardo pietrificato del giornalista che riceve la telefonata, schlomi, il suo amico, il dubbio che sembra attraversare la mente della sua collega, sono una piccola speranza di umanità in un popolo che, stando ai sondaggi, ha approvato a grandissima maggioranza questo terribile intervento militare nella striscia
è da questo barlume di umanità che si deve partire

tutti i telegiornali nazionali hanno detto che l’operazione piombo fuso è terminata, che la guerra è finita, che “la situazione è tornata alla normalità”, e già non se ne parla più
non è così, ovviamente, non potrà mai essere così, non nella striscia di gaza
se non tolgono l’assedio, se non riaprono i varchi, se non permettono alla popolazione sopravvissuta di avere cibo, elettricità, medicinali, di ricevere gli aiuti dall’esterno, di poter lavorare, pescare, spostarsi, non ci sarà mai la fantomatica normalità
ci sarà soltanto l’ennesimo assedio, l’ennesima guerra non ufficiale, e decine di migliaia di famiglie raggiungeranno nuovi livelli di disperazione, sotto gli occhi impassibili e inumani dei governanti di mezzo mondo

l’altro giorno ho visto pagliara entrare nella striscia di gaza probabilmente per la prima volta in più di cinque anni di corrispondenza da gerusalemme
per la prima volta l’ho visto rendere (e forse rendersi) conto della tragedia che tsahal ha portato in quella terra, della distruzione e della disperazione che sembrano non avere fine
eppure, anche di fronte all’implacabile evidenza, questo servo della propaganda ha deciso di non mollare le sue posizioni allineatissime e scagliarsi inutilmente contro la ripresa della costruzione dei tunnel al confine con l’egitto, quasi tutti bombardati e semidistrutti durante piombo fuso, tunnel che pagliara definiva strumenti per il contrabbando internazionale di viveri e probabilmente di armi
accidenti, contrabbando di cibo
questo sì che è un grave problema della striscia di gaza
non il fatto che anni di assedio abbiano ridotto alla fame più di un milione di persone, non il fatto che a gaza non ci sia lavoro, che non ci sia cibo, che i pescatori (in un territorio che è costiero per definizione) vengano ancora ricacciati a riva dalle cannonate delle navi militari israeliane; non il fatto che muoversi sia praticamente impossibile, che tutti i confini, compresi quello con l’egitto del pessimo mubarak, siano bloccati, che le incursioni dell’esercito israeliano non siano affatto finite (non lo erano nemmeno durante la famosa tregua prima dell’inizio della guerra) e che ancora si muoia per colpa delle bombe inesplose rimaste sul terreno e per via degli effetti devastanti delle armi illegali usate da israele sulla popolazione inerme
si contrabbanda cibo, a gaza
forse perché il cibo a gaza non c’è, pagliara, te lo sei mai chiesto?

da qualche quarto d’ora è finito il giorno della memoria, e allora ho voluto ricordare
non credo che si debbano limitare la propria sensibilità e la propria memoria a eventi selezionati, senza abbracciare tutte le ingiustizie del mondo
se calerà il sipario sulla palestina, se faremo finta nuovamente che sia tutto finito e che non ci sia più niente che ci riguardi, allora non c’è giorno della memoria che tenga

all the colors mix together to grey

ho appena ricevuto una notizia tristissima

è morto leroi moore, prestigioso sassofonista della dave matthews band

che brutta sorpresa, ragazzi

oddìo, in effetti è morto già da metà agosto, ma l’ho scoperto solo oggi da un amico e confesso che questa scomparsa mi intristisce parecchio

moore è stato un musicista delizioso, il suo contributo al suono della dave matthews band fondamentale, così come quello alla mia crescita musicale

timido, sempre con gli occhiali da sole, quasi anonimo se paragonato alle personalità debordanti degli altri membri della band, ha scritto musiche meravigliose ed era capace di impreziosire le già perfette armonie del gruppo con frasi e assoli sempre eleganti ed efficaci

già mi manca

è già il secondo sassofonista-di-band-preferita che mi viene a mancare, dopo l’immenso feyez

oggi tristezza, giusto un po’ di concerto al central park per addolcire

is this right?


la mia città, o per lo meno la zona molto fascista dove abito io, è tappezzata di manifesti commemorativi della figura e dell’insegnamento di paolo borsellino, nel giorni del sedicesimo anniversario del suo terribile assassinio

c’è un suo primo piano molto hollywoodiano, sguardo verso l’orizzonte, un’impressione di consapevolezza ma non di rassegnazione, e sotto è riportato un suo pensiero talmente limpido, talmente universale, talmente “mio”, che vorrei fosse stampato, scritto, trasmesso ovunque

nelle scuole, negli uffici, nelle celebrazioni ufficiali e nella vita quotidiana, sulle banconote, durante gli intervalli pubblicitari, sulle magliette della nazionale.. ovunque

“la lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”

bene, sono manifesti di alleanza nazionale

per carità, si tratta si un’appropriazione piuttosto indebita ma di cui tuttavia non ci si dovrebbe scandalizzare poi più di tanto, in un’epoca in cui anche aziende poco esemplari come per esempio fiat o telecom hanno sfruttato a fini puramente commerciali icone spirituali come wojtyla e gandhi

per di più è cosa risaputa che il giudice borsellino avesse un pensiero politico sostanzialmente di destra, di quella rispettabilissima destra siciliana, seria e combattiva, impegnata in prima fila nella lotta alla mafia

chi glielo avrebbe mai detto, eh?

chi glielo avrebbe mai detto che la destra in cui paolo borsellino credeva (e in cui da giovane aveva anche militato) sarebbe diventata la destra che abbiamo davanti agli occhi noi oggi, una destra capeggiata da un multimiliardario plurinquisito che disprezza e definisce come un cancro la magistratura, che attacca ormai quotidianamente la democrazia e le istituzioni, che gioca con la costituzione come se fossero le regole della briscola

chissà cosa penserebbe paolo borsellino di una destra che umilia e denigra pubblicamente tutte le cose per cui lui ha lottato e in cui lui ha creduto fino all’ultimo giorno della sua esemplare esistenza

chissà cosa penserebbe se sapesse che a capo della destra e a capo del paese c’è la persona su cui stava indagando proprio nei giorni prima di morire, quel berlusconi di cui stava ricostruendo i rapporti con il boss pluriomicida vittorio mangano, che borsellino stesso definiva “uno di quei personaggi che ecco erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel nord italia”, e che invece berlusconi e il suo amichetto dell’utri considerano tutt’ora “un eroe

chissà cosa penserebbe se sapesse che il partito per il quale ha probabilmente sempre votato si è ridotto a utile ancella dei voleri del ras, rinnegando qualsiasi sua ideologia in cambio di un posto di governo, un’ancella pronta a definire “una cloaca” addirittura il consiglio superiore della magistratura

non ne sarebbe contento, probabilmente, così come forse si vergognano alcuni degli elettori di questo governo

ragazzi, mi piace pensare che uno come borsellino, un uomo della sua integrità morale e del suo senso dello stato, non si piegherebbe mai a logiche di interesse e non voterebbe mai un partito come alleanza nazionale, schiavo di un ometto che fa dell’interesse personale e della lotta alla democrazia il suo primo obiettivo

borsellino vorrebbe una destra seria, responsabile, rispettabile

ecco, è la destra di cui tutta l’italia ha bisogno