if the news makes you sad, don’t watch it

foto: precipitato sulle case, almeno 11 vittime, C’È ANCHE UN BIMBO! – clicca qui
video: “OH MIO DIO NO!” il momento del crollo – clicca qui
audio: le grida di dolore delle vittime del ponte, poco prima di rimanere schiacciati da un pilone – clicca qui
galleria: i corpi ancora sotto le macerie, scopri se sono ancora vivi – clicca qui
esclusivo: intervista ai genitori dei bimbi rimasti schiacciati, scopri come hanno reagito alla notizia (che gli abbiamo dato noi) – clicca qui
fai il test: sfoglia le homepage delle edizioni online dei principali quotidiani internazionali e confrontale con quelle di repubblica e corriere, scopri le differenze e spiegati come mai siamo ridotti così – clicca qui

sono bastate due giornate di sosta forzata ai box, in compagnia di un tv sempre acceso su canali di informazione continua, per reimmergermi nel mondo della politica percepita, cioè la politica delle dichiarazioni e dei virgolettati televisivi, tutta chiacchiere e distintivo, la politica vecchia scuola che arriva a chi non usa i social, e vi assicuro che non mi mancava

l’occasione, quanto mai atroce, è la tragedia del crollo del ponte a genova, di cui non voglio parlare perché non ho parole adeguate
solamente, nell’arco di quelle due giornate mi sono trovato di fronte a momenti particolarmente spiazzanti, così mi è venuto spontaneo buttare giù qualche modesta osservazione sul patetico contorno di gente varia interessata all’evento
un elenco veloce, ma attenti alla nausea

il ministro dell’interno salvini, come prima dichiarazione dopo il crollo, dice sostanzialmente che la colpa della tragedia è dell’unione europea che ci impedisce di fare i controlli, quest’europa cinica e maledetta che ci impone come prima e unica volontà di tenere i conti in ordine anche rispetto alla sicurezza degli italiani
che è una boiata pazzesca, ovviamente, perché i controlli e la manutenzione sono compito della società concessionaria, un compito ampiamente ripagato dai frutti dei pedaggi che tale società intasca, o al limite del ministero delle infrastrutture che sovrintende, non certo del ministero dell’economia e men che meno di quello dell’interno, ma ogni occasione, anche la più tragica, è buona per gridare al complotto giudoplutomassonico e per spostare l’attenzione su improbabili nemici esterni, magari vaghi e impersonali, à la 1984, per evitare di prendere decisioni impopolari
e così alla metà degli italiani che ancora si nutre di televisione resterà impressa la relazione ponte crollato-parametri di maastricht, e oh, ci fosse stato un giornalista televisivo che abbia confutato questa tesi, guai!

salvini poi strepita “voglio i nomi”, perché è lui che farà giustizia, lui solo, e se non ci riuscirà già immagino i titoli à la renzi “l’ira di salvini”
ma se al posto di salvini, leader di un partito incostituzionale, scrivessimo ogni volta il ministero dell’interno, che effetto farebbe? fate la prova, fidatevi

spazio poi al ministro delle infrastrutture toninelli, che nel recarsi sui luoghi della tragedia a portare la solidarietà istituzionale del suo ministero e del governo, decide di presentarsi vestito in jeans, sneakers, camicia blu scuro ampiamente sbottonata, giacca nera palesemente impostagli da qualcuno che gli vuole bene – io capisco che stavi in ferie e magari partivi col bagaglio a mano perché il tuo movimento ti toglie tre quarti del tuo stipendio, ma sei comunque un ministro, cribbio!

accanto a lui c’è il ministro di maio, carico di veleno da campagna elettorale perenne, che se la prende coi benetton e – classico intramontabile – con i governi precedenti, assicura che pagheranno caro e pagheranno tutti, e il titolo della capogruppo di autostrade crolla in borsa
alla faccia della solennità istituzionale e dell’ossequio al momento tragico, qui si spara a zero su tutto senza curarsi delle conseguenze, populismo da fine saldi estivi

infine, tardo pomeriggio, il presidente del consiglio conte dice che, aperte virgolette, non possiamo aspettare i tempi della giustizia, chiuse virgolette: ora, so bene che conte faceva riferimento esclusivamente alla revoca di una concessione pubblica (sulle cui conseguenze per i conti pubblici peraltro ci sarebbe da fare qualche approfondimento), ma in ogni caso un capo dell’esecutivo che dice che non rispetta la magistratura mi fa sempre un po’ paura

e questo è quello che ho visto e sentito in poche ore di tv, nella totale assenza di contraddittorio in diretta o di approfondimenti e chiarimenti in seguito

cologno ha vinto e noi non ne usciremo mai

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same as it ever was

dicono che più invecchi, più il baricentro delle tue sensibilità si sposti verso destra
perché ti rendi conto che, man mano che accumuli amarezze e coltivi disillusione, amare il prossimo tuo come te stesso costa tanto, e in un mondo cinico e tutti-contro-tutti come questo, in un tempo finito quale sempre più ti appare la tua vita, beh, che senso ha?

e poi la gente: signora mia, quanto ottimismo endogeno, quanta fiducia cieca, quanta speranza al limite del religioso bisogna avere per non dico voler bene, ma almeno sopportare la stupidità, l’ignoranza, la grettezza della gente che si incontra e si affronta nel quotidiano?
e i giovani, questi giovani qua tutti connessi e sputtanati ma incapaci di guardarsi negli occhi, questi giovani che saranno il futuro del pianeta, diciamoci la verità, quanto si meritano la mia tutela appassionata?
e i politici, gli imprenditori, gli artisti, gli intellettuali, i cosiddetti vip, quanti ne salverei in un mio pantheon personale?
quanti ne salverei insieme a me?

ed ecco che certi stimoli ombelicali cominciano a farsi sentire, certi sbuffi di indifferenza, certe istanze di ordine e pulizia stuzzicano il cervello più di prima, ecco che l’arte di resistere si fa più sterile, ecco che alla fine non hanno poi tutti i torti quelli che “si nasce incendiari e si finisce pompieri”, insomma, come diceva quell’altro, no?

naaaa, non lo so, ancora non mi ci vedo, forse non sono ancora “finito”, o forse, più semplicemente, è impossibile vedercisi dall’interno

dall’ultima volta in cui ho scritto qui sono cambiate tante cose

è arrivato Andrea, che ha spostato ancora più in là la mia definizione di emozione

ho cambiato casa, ho cambiato lavoro, ho cambiato macchina

ho lasciato alle spalle alcuni rapporti tossici, non sono riuscito a trattenerne di altri, mi sono ritrovato più solo, e forse è ciò che ho sempre cercato
sono diventato più cinico, quello sì, lo riconosco

ma la voglia di resistere, di uscire dal fango, di studiare e cercare di capire come vanno le cose del mondo
la necessità di curare l’ignoranza, debellare il razzismo, respingere il fascismo nelle fogne
l’amore e la cura per l’universo e chi lo abita
sono cose che non cambieranno mai

“io amo l’umanità… è la gente che non sopporto!” diceva un vecchio bambino saggio, o chi per lui

ecco

fear, she’s the mother of violence

pescatore

sono sempre più convinto che quest’estate passerà alla storia non solo per il caldo, che non accenna a diminuire, ma anche perché sul mono-tema dei migranti, unico e onnipresente nell’altrimenti spento dibattito politico, la maggioranza degli italiani ha finalmente scavallato l’ultimo ostacolo di dignità e ha raggiunto una posizione di fascismo conclamato e compiaciuto
sì, perché non abbiamo lavoro, viviamo nell’incertezza e nelle difficoltà, nell’ignoranza e nella paura, e però per noi la colpa è di quei ventimila o poco più che ogni anno vengono qui a disturbarci, a insidiarci, a invaderci, noi che siamo sessanta milioni

e in questa funambolica impresa dell’opinione pubblica, grande merito ha avuto la spinta di mass media a caccia di clic di polemica facili e la sempiterna rincorsa dei partiti della nazione alla pancia del paese
(che poi secondo me la vera pancia del paese sono loro, i partiti intendo)

aiutiamoli a casa loro“, tuona renzi, proponendo una cover in salsa pop(ulista) di un evergreen del leghismo più hardcore
“non abbiamo il dovere morale di aiutare nessuno”: certo, come no, come se, tra colonialismi di varia natura e di varie stagioni, non avessimo alcuna responsabilità sulle condizioni di disperazione in cui si trovano continenti interi
ma pure fosse, come si fa a star fermi e non sentirsi schifosi? come si fa a restare impermeabili alla sofferenza altrui? e di più, come si fa a voler convincere gli altri di avere ragione e a volerli contagiare con la propria indifferenza? e più di tutti, come si fa a farlo da leader del principale partito di centrosinistra?

la rincorsa esasperata alle istanze della destra è quasi completa, ormai c’è sovrapponibilità quasi totale tra le frasi, i commenti, le proposte e le azioni dei tre blocchi sedicenti contrapposti
altro che ponte sullo stretto, qua siamo anni luce oltre in termini di visione del mondo e scala di valori
innanzitutto il concetto secondo cui l’emergenza sia solo nostra, non loro: la crisi dei migranti esiste nel momento in cui la subiamo noi, il punto di vista è il nostro ed è il punto di vista di chi si deve difendere, di chi è solo contro tutti i brutti e cattivi che vogliono portarci via le nostre poche cose
perché riflettere sui motivi di questa crisi? perché fare i conti con le nostre responsabilità secolari e recentissime? meglio lasciare lì il nostro bel reato di clandestinità, anzi, magari proporre un codice di umanità, così nessuno li aiuta più
gli imponiamo di restare nel loro inferno e noi siamo più sereni a prepararci per il nostro
occhio non vede, nero non sbarca, cuore non duole

trovo agghiacciante che si sia arrivati alla definizione di migrante economico, per distinguerlo dal migrante perseguitato, come se la sopravvivenza dei primi non fosse poi così meritata
è in locuzioni ricercate come questa che si nasconde il nuovo razzismo che impregna la classe dirigente nazionale ma anche europea, ed è un razzismo diverso, più sottile, più sofisticato, più presentabile, che ti fa sentire diverso dallo sguaiato razzismo bieco e ad alzo zero dei vari salvini e compagnia
ma è razzismo punto e basta, e fa spavento che tra i primi ad usarle sia stato quel macron alla cui vittoria elettorale abbiamo guardato con un certo sollievo

se macron, il campione dell’europeismo più spinto, l’uomo immagine dell’establishment più moderno e cool, è in grado di chiudere la porta in faccia a chi ha più bisogno, se in tutta tranquillità si mette a respingere senza pietà chi arriva da continenti da noi colonizzati e sfruttati per secoli in cerca di una vita dignitosa (tipo neymar, insomma…), se per stanare dei poveracci al confine con ventimiglia arriva ad organizzare spaventose cacce all’uomo con i cani, cosa avrebbe fatto la le pen?
per non parlare del governo austriaco, che minaccia chiusure e ritorsioni, e a capo del quale c’è quell’alexander van der bellen cui avevamo sì applaudito quando aveva battuto il suo avversario ultranazionalista hofer
questa è l’europa di cui facciamo parte, e a cui siamo perfettamente allineati

io è questo capovolgimento dei valori comuni che non sopporto più, questa lotta di classe tra poveri, questa costante difesa dell’orticello da chi sta messo peggio
orticello che di giorno in giorno è sempre più arido e incoltivabile, ma noi ci si fa forza delle disgrazie altrui, e anche se zappiamo la sabbia ridiamo di chi non ha nemmeno quella
continuiamo a perdere potere, controllo delle nostre vite, siamo vittime inermi di scelte lontane, la politica è altrettanto impotente, paghiamo con i nostri diritti e il nostro benessere le crisi economiche imposte da organismi sovranazionali e ingestibili, smarriamo punti di riferimento e non facciamo altro che chiuderci dentro, e a chiudere fuori tutti gli altri, e mentre difendiamo la nostra miseria non ci accorgiamo di quello che stiamo perdendo, e di come chi ci domina sia sempre più ricco e distante
siamo come il proverbiale giapponese a cui non hanno spiegato che la guerra è finita da un pezzo, siamo in guerra con i nostri vicini, rosichiamo e ci rosicchiamo a vicenda, ci nutriamo di violenza, verbale e non, mentre la nostra felicità evapora e non sappiamo dove sia andata a finire

every time the sun goes up, i’m in trouble

paperachi, come me, ha la grande fortuna di spendere queste giornate nella sempre rosea capitale o in un’altra grande città a scelta della nostra sempre rosea penisola, non può fare a meno di avvertire una leggera, quasi impercettibile nota di disagio nell’allontanarsi a più di trenta-quaranta centimetri da un condizionatore sparato a potenza massima, o nell’avvicinarsi a qualunque essere umano vivente che non sia nella ristretta cerchia dei suoi affetti e non gli stia portando un ghiacciolo

eh già, perché fa calduccio, signora mia, sa?
eh lo so, dice che durerà ancora qualche giorno
eh ma non è mai stato così, mi ricordo che anni fa ha fatto caldo ma non così tanto
eh ma dice che sono i cambiamenti climatici, però quest’inverno pure ha fatto freddo, no?
eh ma questo caldo qua, mica me lo ricordavo

non si parla d’altro
nei bar, sui mezzi pubblici, sui social network mentre si sta appiccicati a divani e letti, dovunque
non si parla d’altro
la cosa triste è che questo caldo insopportabile per noi resterà un argomento da chiacchiera estiva, da foto al cruscotto della macchina lasciata al sole, e che tra qualche mese sarà per lo più dimenticato, tranne forse un retrogusto amaro quando si comincerà a programmare l’estate 2018; per la politica italiana invece nemmeno quello, perché il global warming non è un argomento che fa vincere in campagna elettorale, non suscita ottimismo né speranza, non buca lo schermo, perché non è risolvibile con un decreto d’urgenza o una fiducia, ma anzi impone strategie a lungo termine e impegni da statisti che nessuna delle forze politiche oggi in parlamento è in grado di sostenere
eppure è lì, anzi, è qui in mezzo a noi, lo vediamo e lo sentiamo con la nostra pelle (sudata), con il nostro boccheggiare dopo pochi passi al sole, con le nostre bollette elettriche, con la nostra acqua che non c’è

occorre un cambiamento climatico anche nell’agenda di chi decide, negli obiettivi di chi ha potere
anche per uno stato relativamente piccolo come il nostro, senza aspettare che siano altri a fare le prime mosse
perché affrontare e combattere questa urgenza planetaria è anche un’opportunità di sviluppo, di lavoro, di innovazione e avanguardia
e si può e si deve cominciare ora, adesso, anche semplicemente con programmi di informazione, di educazione, a partire dalle scuole

e noialtri, mi raccomando, votiamo solo partiti che abbiano in programma la lotta ai cambiamenti climatici, mi raccomando

into the void

delfinisono diventati ormai tre-quattro gli appuntamenti elettorali che il partito democratico fallisce in maniera via via più clamorosa, eppure dal boss non arrivano segnali di riflessione costruttiva, né tanto meno di autocritica

niente di sorprendente, per carità, malgrado la sconfitta palese, che io sappia renzi non è mai stato in grado di riconoscere il fallimento delle proprie azioni e l’incompatibilità del suo modus operandi con la democrazia di un partito di centrosinistra e con la vita politica di un paese occidentale in generale, nemmeno dopo batoste più pesanti
a dirla tutta, in quel caso – parlo del referendum costituzionale – renzi ha effettivamente lasciato la politica, ma nel senso più nobile di arte del governo e cura delle persone, preferendo i calcoli e i tatticismi del potere fine a se stesso

d’altra parte, non c’è da sorprendersi nemmeno dell’esito di queste amministrative, che da una parte ha confermato il preoccupante trend di astensionismo galoppante che dovrebbe far vergognare noi come italiani, e in primis chi ci rappresenta, dall’altra ha visto il rifiuto manifesto verso i due partiti più nazional-populisti, pd e m5s, e verso il loro rincorrere le istanze più destrorse per accalappiare i voti di una destra che consideravano ormai in coma
ragionamento quanto mai sbagliato, la destra sarà in coma ma i suoi elettori tengono duro, e giustamente potendo scegliere preferiscono votare l’originale, piuttosto che l’impostore

la cosa divertente è che soltanto adesso, dopo lustri interi di servilismo arrembante, anche in ambienti vicini al giglio ci si permette di alzare il capo e dire che forse (forse!) le scelte politiche del padrone non sono state le più azzeccate, diciamo, e se proprio vogliamo dirla tutta, anche la famosa narrazione non è stata la più efficace
sembra di tornare al post-referendum, in cui anche organi allineatissimi fino al giorno prima come repubblica osavano mettere in dubbio le strategie insensate del governo e della segreteria pd

chissà che fine faranno queste perenni larghe intese, ora che la destra ha rialzato la testa, ora che i cinque stelle si trovano a fare i conti con la prima seria battuta d’arresto, ora che gli equilibri sono più instabili che mai
gli schemi nazareni sono affondati tra primo e secondo turno, con il carro di renzi alla ricerca di un’improvvida alleanza con il marasma a sinistra, che è stata cassata un minuto dopo la chiusura delle urne
zero progettualità, che è un po’ la cifra di questi anni renziani: come zero strategie ma anche come zero progetti, solo pancia e hashtag, propaganda e autoaffermazione
solo presente

non ho idea di dove andremo a finire, io – che non voto né voterò mai più il pd, ci tengo a ribadirlo – resto coi miei dubbi perché non vedo all’orizzonte una forza di sinistra credibile e coesa, solo tentativi che si sta facendo di tutto per rendere velleitari
certo, sarebbe bello poter votare

the truth is in the dirt on the ground

esagoni

ricomincio da roma, che è argomento che conosco meglio e che mi ferisce di più
l’altro giorno la sindaca raggi, immagino in piena autonomia di pensiero, ha scritto al prefetto per intimargli di limitare gli arrivi dei migranti nella capitale, secondo lei troppi e incontrollati

e così facendo, immagino in maniera del tutto inaspettata, ha dettato l’agenda politica del suo intero movimento, con grillo da una parte che spara una serie di fuori!-fuori! (ma da cosa?) verso gli anelli più deboli e indifesi del nostro sistema, e di maio che se la prende con il viminale, il governo, l’unione europea e non so chi altri perché non vogliono capire che il vero problema di roma sono i migranti
per non parlare del traffico di palermo!

trovo tutto ciò piuttosto abominevole, violento e raccapricciante, insomma fascista, nei toni e nei temi
e ritengo che sia una presa di posizione completamente eterodiretta, figlia di chissà quale società di analisi politica dozzinale che avrà esaminato i commenti dei loro post su facebook e avrà proposto loro le questioni a più alto tasso di flame, quelle con il maggior potere calorifico e con le migliori probabilità di seminare odio
una strombazzata xenofoba e fascista per prendersi il centro della scena con un argomento di facile presa sulle masse più in crisi e distogliere l’attenzione dai casini che i cinque stelle stanno effettivamente combinando in giro per l’italia a livello locale, motivo per cui a queste amministrative sono stati scansati da buona parte della loro base

i cinque stelle non hanno mai prodotto proposte politiche concrete, strutturali, rivoluzionarie come invece amano vantarsi, sono sempre stati piuttosto abili ad opporsi, a dire no o a mandare a quel paese i politici che si sono avvicendati sulle varie poltrone, ma all’atto del governare hanno mostrato una incapacità piuttosto netta, figlia vuoi di inadeguatezza, vuoi di profonde contraddizioni di base
il potere è una bestia che rischia di schiacciarti, se non sai addomesticarla: i grillini sono populisti, per loro il potere è un intralcio alla loro narrazione, vi ricordate la taverna che gridava al “complotto per farci vincere a roma“?

e ora che a roma hanno vinto e amministrano da più di un anno, un tempo direi sufficiente per mettere gli elettori di fronte alla totale inconcludenza della giunta e dei municipi, cosa c’è di meglio di una bella sparata fascista per alzare un po’ di fumo e raggranellare qualche voto ancora più a destra di quanto già sia posizionata la loro base?
e pensare che qualche anno fa grillo voleva correre alle primarie del pd

la verità è che la giunta raggi sta conquistando le vette più alte di malgoverno, spostando ogni giorno più in là l’asticella nella definizione di malafede, inefficienza, clientelismo e inettitudine
alemanno potrebbe tranquillamente chiedere le royalties, ma penso che la raggi e il suo gruppo abbiano fatto anche peggio, nel bloccare, mortificare, spazzare via qualsiasi ipotesi di sviluppo della città
dall’atac allo stadio della roma, dalle bancarelle alle torri dell’eur, dalla nuvola di fuksas alla raccolta dei rifiuti, non c’è una questione cittadina in cui la sindaca non abbia frenato, soffocato e compromesso le speranze di crescita e di futuro della capitale, che si fa ogni giorno più squallida e maleodorante

se all’epoca, con tutte le precauzioni del caso, potevo aver accolto l’esplosione dei cinque stelle come qualcosa di positivo nell’asfittico panorama politico nazionale, ora so che sono il male, perché con la loro evoluzione fascista il discorso si è ridotto ad una stitica contrapposizione tra due blocchi totalitari, due partiti della nazione, uno di sistema e l’altro pure, che si alimentano a vicenda annullando qualsiasi tipo di voce diversa

give yourself a fighting chance

genovaquindici anni fa ero a roma, a preparare l’ennesimo tentativo di dare un senso al mio primo anno di ingegneria
il mio amico del liceo invece era a genova, in via tolemaide, a beccarsi un lacrimogeno in pancia, a sdraiarsi per terra quasi incosciente per il dolore e i fumi asfissianti, a venire trascinato via, lontano dalla furia schiacciante e spietata dello stato, da qualche compagno angelo custode che era con lui

ricordo che la preparazione ai giorni di genova l’avevamo avviata insieme, euforici e spensierati, inconsapevoli e fuori da ogni organizzazione, ma comunque tesi e proiettati verso un appuntamento che per noi era importantissimo, ne parlavamo sempre, ne parlavano tutti
a genova bisognava andare, perché si poteva finalmente fare qualcosa, potevamo finalmente farci sentire
solo alla fine mi sono defilato per impegni universitari
avrei dovuto essere lì

il g8 di genova 2001 è stato per me lo spartiacque tra l’adolescenza ovattata e superficiale e il bisogno, l’urgenza di sapere, di capire
la mia coscienza politica, civile, umana, nasce in buona parte da quei fatti, che hanno inciso inesorabilmente nel mio cervello i concetti di giustizia, fratellanza, repressione e fascismo

di quei giorni ricordo l’angoscia, la fame di notizie, il rifugio in libri e articoli e documentari
ricordo il film di gianni minà sugli zapatisti e sul subcomandante marcos, mandato in onda proprio in quelle sere, a scaldare i cuori frustrati degli assenti, come me
ricordo che i due modi paralleli e opposti di vedere e spiegare quei giorni, la versione dall’alto e quella dal basso, sono partiti agli antipodi e non si sono più incontrati

dopo, sono tornato a genova solo nel 2010, quattro giorni, da solo, per questioni lavorative
nonostante non fosse la mia prima volta, ho girato la città a piedi in lungo e in largo, da brignole a sampierdarena, da sestri alla fiera, innamorandomene
ho ripercorso le strade più famose, da via del campo al porto antico, ricordo le scritte sui muri, una in particolare che spiccava in mezzo alle citazioni di de andré: se non cambierà rapiremo la carrà
ricordo le strade strette che non puoi distendere le braccia senza toccare entrambi i muri, ricordo i panni appesi nel chiostro della facoltà di ingegneria occupata, ricordo il mare ovunque
ricordo che sono rimasto in piazza alimonda per tanti minuti, nonostante il freddo

che ne è stato, del g8 del 2001? cosa è rimasto?
a distanza di quindici anni, la sensazione è la stessa di allora: la zona rossa non separava solamente potenti e impotenti, ma divideva nettamente il torto dalla ragione
noi avevamo ragione, ma abbiamo perso
loro, invece, avevano torto: poteri vecchi e intoccabili che avevano deciso di riunirsi solo per procrastinare con tutti i mezzi possibili la supremazia della minoranza sul resto del pianeta, in base a soluzioni turbocapitaliste che non potevano durare
avevano torto, è storia, ma hanno vinto e si sono presi le nostre ragioni: l’ambiente, la sostenibilità, i beni pubblici, che quindici anni fa erano concetti per i quali si meritavano manganellate e torture, un decennio dopo sono diventati ordine del giorno di parecchi partiti di establishment, obama ci ha stravinto due mandati da presidente degli stati uniti, qui da noi si sono stravinti i referendum sull’acqua e sul nucleare, e via di altri esempi chissà poi quanto consolanti

e però dei movimenti che hanno portato sul tavolo quei concetti, quasi nulla è rimasto
i leader di allora, i vari casarini, agnoletto, etc., che sembravano poter offrire nuove chiavi di lettura alle vicende del mondo, convogliando istanze sociali diverse e soprattutto presentando proposte organiche e realistiche, sono spariti
dopo genova non si è presa la rincorsa, ma anzi si è creato un vuoto, la repressione ha funzionato
e in quel vuoto si è inserito il paradosso genovese, beppe grillo, che ha spostato tutto verso destra
sì, la necessità di un riferimento extraistituzionale, svincolato, nuovo, dal basso, è stata incarnata nel movimento 5 stelle, con tutte le pieghe e i risvolti non certo piacevoli che la cosa comporta

eppure quindici anni non sono tanti
infatti il nostro paese, che non ha e continua a non avere una legge sul reato di tortura, pare non aver ancora elaborato, e soprattutto la parte fascista rigurgita spesso fuori le proprie aberranti sentenze, nel silenzio sostanziale delle istituzioni e dell’informazione
genova è una pagina nerissima della nostra storia, che già è un libro tutto piuttosto nero, i cui capitoli successivi non hanno per niente fatto giustizia né aiutato a capire
per quanto mi riguarda, genova invece è stata ed è tutt’ora una lezione, che imparo e faccio mia
e nonostante allora avessi meno di vent’anni e ora quasi trentacinque, nonostante un figlio, una moglie, un lavoro, una casa, mille compromessi, il mio pensare è nato lì e da lì continuerà a nutrirsi
e non dimentica

è triste trovarsi adulti senza essere cresciuti

secretly-unemployedè un periodo – piuttosto lunghetto, ormai – di grandi stress e smottamenti lavorativi, ventate di incertezza endogene ed esogene, e vivo un po’ alla giornata perché il panorama è spesso desolante, qui e tutt’intorno

alle mie personali frustrazioni da ambizioni stroncate e da sicurezze rimandate, per aver scommesso (e parecchio, anche) su un posto di lavoro che si è rivelato sterile, un cavallo che fino alle ultime curve invece sembrava reggere il passo degli altri, e che invece incespica e improvvisamente non risponde ai comandi, aggiungo il vittimismo generazionale di chi vede presente e futuro, sogni e progetti, dei non ancora quarantenni, soffocati sull’altare del finanzcapitalismo dai facili vincitori della lotta di classe, che hanno mangiato e speculato sulla nostra pelle da quarant’anni almeno, lasciandoci un conto impossibile da saldare

per alcuni sarà pure complottismo, per me è un percorso evidente, costellato di politiche economiche a lungo termine insostenibili per l’umanità e per il pianeta, che ha portato negli ultimi quarant’anni ad uno scollamento sempre più netto tra gli interessi di pochi e spietati milioni di persone nel mondo e il resto degli esseri umani, il 99% povero, che non controlla e non può difendersi dalla pervasività e dalla scelleratezza dei poteri economici e finanziari che dominano la terra

questa lotta di classe a senso unico, dall’alto verso il basso, è facilmente rintracciabile nelle politiche del lavoro in italia dell’ultimo ventennio, speculari alle riforme che hanno interessato il resto del mondo occidentale dagli anni ottanta in avanti, e che hanno avuto come unica direzione il consolidamento dello status quo in termini di concentrazione delle ricchezze e dei poteri contrattuali, e come unica esplicazione l’erosione dei diritti e la precarizzazione dei lavoratori
è sempre stato così, le leggi che hanno trasformato il nostro accesso e la nostra permanenza nel mondo del lavoro non hanno fatto altro che alzare il livello della sproporzione, qualunque fosse il colore del governo, da treu a biagi, da fornero a poletti, fino al famigerato jobs act, per il quale il nostro presidente del consiglio continua a vantare risultati che non hanno alcun fondamento nella realtà, e se lo hanno, non è il fondamento su cui si dovrebbe basare l’economia di un paese moderno

peraltro qualche mese fa l’inps lo ha certificato, il jobs act è un fallimento: nel primo trimestre di quest’anno addirittura 77% di assunzioni a tempo indeterminato in meno rispetto al 2015, a fronte di una rinnovata flessibilità in uscita che ha trovato il suo culmine nella cancellazione dell’articolo 18, lasciando ogni lavoratore solo contro il sistema
“balle clamorose” secondo il presidente del fare e non dei fatti, che in questo caso parlano chiaro: una volta esaurita la spinta degli sgravi contributivi per gli assunti a tempo indeterminato previsti della legge di stabilità 2015 – un provvedimento purtroppo solamente temporaneo e che così com’è stato progettato è costato non poco alla collettività – nessuno assume più, e al contempo esplode il fenomeno dei voucher, ovvero il precariato più estremo, che polverizza il lavoro ed esclude qualsiasi ipotesi di ferie, malattia, pensione

precariato, incertezza, cancellazione dei diritti, costante peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita di fette sempre più grandi della popolazione
sto parlando di temi che ci coinvolgono tutti, che dovrebbero essere al primo punto di qualsiasi programma politico o discussione parlamentare, e invece, consapevolmente, trovano sempre meno spazio
e la corda sociale è sempre più tesa