get on the bomb, get back where you belong

pinoprovo a scrivere due parole su questa guerra
per me, per fare chiarezza

all’inizio non pensavo potesse scoppiare veramente, lo confesso, pensavo fosse un bluff, una minaccia propagandistica, un fare la voce forte da parte del decadente regime russo cui non si sarebbe mai dato seguito, ero convinto si sarebbe risolto in breve in una ridistribuzione dei pesi e delle influenze nell’area ex sovietica, una manovra fondamentalmente locale assecondata dai grandi della terra e messa sotto i riflettori dai media europei anche per diversificare un’informazione oramai covid-centrica da troppo tempo
quando invece poi è iniziata, i primi giorni, le prime bombe, ero smarrito, non riuscivo a crederci, una guerra vera in europa nel ventunesimo secolo, e nella mia naiveté mi sono lasciato travolgere dai sempiterni soloni padroni di twitter, località mitologica dove al primo colpo sparato già tutti avevano pubblicato la propria opinione inconfutabile, già tutti conoscevano i veri motivi dell’invasione, già sapevano indicare i veri colpevoli, già ricostruivano, già retroscenizzavano, già j’accusavano
e io che invece facevo, e in una certa misura faccio ancora, fatica a trovare un senso a tutto
credo sia una questione di carattere, io mi nutro di dubbi prima ancora che di certezze, preferisco chi si fa domande rispetto a chi ha già una risposta a tutto

c’era chi parlava di una prevedibile reazione della russia all’accerchiamento operato dalla nato negli ultimi anni, quasi a voler giustificare l’aggressione, il tipico modo di pensare tossico di chi attribuisce a una minigonna troppo corta l’orrore di uno stupro
(anche se, detto tra noi, in tutta onestà, nel terzo millennio qual è il senso di un organizzazione militare come la nato? come si fa a non identificarla unicamente come una espressione dell’imperialismo statunitense in europa?)
c’era chi parlava di un putin ormai fuori di testa, che scatena guerre, che bombarda civili, che sventola arsenali nucleari in faccia al mondo intero perché ormai ha perso completamente la bussola, è circondato da yes-men che non osano contraddirlo, e ormai si aggira per le stanze del cremlino come hitler nel bunker nel famoso film
c’era chi parlava di revanscismo sovietico, chi zarista, chi di guerra lampo, chi di guerra infinita, chi zelensky arrenditi e fatti da parte, chi no fly zone, chi aiutiamo i profughi ma solo quelli bianchi come noi, chi boicottiamo dostoevskij perché è allineato agli oligarchi
e contemporaneamente in televisione bombardamenti di immagini e di commenti, dirette su dirette, tutto spacciato per vero e urgente e determinante
come si fa a raccapezzarsi, in tutto questo bailamme?

provo a fare un passo indietro, a riassumere quello che ho capito
parto da quello che ho sempre pensato di putin, cioè che non è una brava persona
che è la stessa cosa che penso di orban, di erdogan, di bin salman, di tutti i capi regime e i dittatori che diamo per scontati e con i quali, incidentalmente, noi italiani facciamo affari d’oro
putin non è una brava persona, decenni di violenze, di guerre e di soprusi lo testimoniano in maniera lampante, eppure non è pazzo, non è un napoleone con lo scolapasta in testa e un codazzo di oligarchi che lo assecondano, dipingerlo così è una scorciatoia per chi non vuole ragionare sui motivi appena meno superficiali che sottendono alle sue decisioni e alle sue azioni
l’invasione di uno stato sovrano non è una novità per lui (la georgia, la crimea, la siria..), e l’ucraina non ha mai dato modo di pensare che potesse resistere ad un attacco coordinato da parte della fu armata rossa – figuriamoci, il suo capo di stato è un ex comico!
per putin, razionalmente, invadere l’ucraina e riportarla alla base nel giro di pochi giorni avrebbe avuto il doppio vantaggio di annichilire le velleità indipendentiste ed europeiste degli stati oltre cortina, ristabilendo un dominio de facto sulle dinamiche politiche ed economiche dell’ex urss, e contemporaneamente di mostrarsi come attore navigato ma ancora con qualcosa da dire sui palcoscenici internazionali
una scelta razionale, dunque, ma anche un all-in, perché il successo di questa operazione si basava su tanti fattori che dovevano verificarsi contemporaneamente: la sostanziale nullità della resistenza ucraina a fronte della superiorità militare massiccia dell’esercito russo; la mancata risposta dell’occidente, per il timore di ritorsioni sul gas e di invasioni di milioni di profughi; il sostegno acritico del popolo russo e filo-russo obnubilato da una propaganda di regime sempre più pervasiva e inevitabile

non è andata del tutto così, anzi, ci sta andando sempre meno
l’ucraina sta resistendo con una determinazione e un coraggio davvero commoventi, il resto dell’occidente ha reagito infliggendo sanzioni con effetti devastanti sulla tenuta dell’economia russa, e le proteste contro la guerra che si ripetono in tante città sono represse con sempre più violenza e arbitrarietà da parte delle guardie del regime

insomma è una scommessa che putin sta perdendo, e di brutto, condannando il suo paese alla rovina economica e all’isolamento internazionale, riducendolo a un ruolo di sostanziale insignificanza
come possa putin uscirne senza compromettersi non saprei proprio
d’altra parte non mi sembra che in russia abbondino figure di oppositori con lo spessore tale da presentarsi come alternativa ad un sistema di potere che è in piedi da oltre vent’anni e che ormai ha permeato ogni aspetto della macchina amministrativa e politica del paese
potrebbe insomma prefigurarsi un periodo di grandissima instabilità, ai limiti della guerra civile, in uno stato immenso e con un arsenale atomico inimmaginabile
non certo uno scenario auspicabile, ma io di queste cose, come scrivevo prima, capisco ben poco
so solo che prima finisce questa guerra, meglio è per tutti

la foto che ho messo non è per caso
è porto pino, in sardegna, ci sono stato proprio l’altro giorno
è in tutta sincerità uno dei posti più spettacolari che abbia mai visto
e in fondo a sinistra nella foto c’è la zona militare dove si esercitano le truppe nato, dove periodicamente si fanno brillare ordigni, si lanciano finti attacchi, di mettono in scena le prove generali di una guerra
è sostanzialmente una piattaforma americana nel cuore dell’europa, e in particolare nel nostro paese

e mi fa rabbia in maniera speciale, non solo perché detesto il fatto che il mio paese sia uno dei più allineati, uno di quelli che più ha delegato le proprie scelte all’alleato al padrone americano
mi fa rabbia anche perché io per lavoro mi occupo di rinnovabili, e benché tutti si stiano riempiendo la bocca da mesi di autarchia energetica e transizione ecologica, be’ la cruda realtà è che mi scontro quotidianamente con enti locali che remano contro, perché l’impatto visivo, perché il consumo del suolo, perché la tradizione agricola
eppure qualche bombardamento di prova su una delle coste più belle del mondo è assolutamente digeribile, quotidiano, da panorama

rain comes down, like it always does, this time i’ve got seeds on ground

luminisapevo che non ci sarei mai riuscito
era improbabile che potessi tenere il ritmo che volevo impormi, non ho tempo (non ho più voglia?) di scrivere quando sono libero e scarico, figuriamoci in questo periodo di chiusura d’anno in cui vado rincorrendo gli istanti per respirare
però ecco, ripescare il 2015 in questa fase ci sta bene, perché me lo ricordo come un anno faticoso, un anno di trasferte ovunque, di scadenze improrogabili, di privazione di sonno inaspettata e indigesta, di primo vero scontro con la realtà di un tempo che cola via dalle mani come sabbia, e per te non ne rimane che qualche granello
per carità, un anno pieno di emozioni, di foto, di stupore per le prime volte, un anno che potevo ben considerare il primo della mia seconda vita, quella da padre, ed effettivamente le sensazioni e i sentimenti della vita precedente sono sempre più sfumati e indistinguibili
ma è stato anche l’anno del mio primo e ultimo burn-out, proprio in questo periodo, un crollo fisico verticale dopo una scadenza lavorativa immensa, che avevo portato a termine pagandone purtroppo il fio

al dieci metto death with dignity, di sufjan stevens
è la canzone che apre carrie and lowell, un disco meraviglioso e commovente, poetico, dolcissimo, sul rapporto con la madre e con la (di lei) morte, sul dolore e la riconciliazione
il ritorno di sufjan alla strumentazione minimale, alla voce flautata, all’intimità più dolente e catartica
tra i dischi migliori del decennio

al nove nutshell degli alice in chains, rigorosamente nella versione unplugged, con loro che salgono sul palco uno alla volta tra gli applausi, e layne arriva per ultimo sotto un boato e ha i capelli rosa e gli occhiali da sole e sembra stia per morire e lo vorresti abbracciare e rassicurarlo e non farlo andare via, perché in cuor tuo già sai come andrà a finire, e poi canta e la sua fragilità è la tua, la sua oscurità è la tua, la sua sincerità è la tua
mtv unplugged è un disco che ho divorato in tarda adolescenza, trovandolo di qualche chilometro superiore a qualsiasi altra cosa layne e jerry abbiano mai realizzato in una carriera comunque rispettabilissima
un disco che mi fa compagnia sempre, a cui ritorno più spesso di molto altri, ma non so perché ci fossi ritornato sotto proprio in quell’anno, sarà che in macchina mentre guidi scivola via che è un piacere, e ti riscopri improvvisamente a cantare tutte le parole con l’impegno e la passione che meritano, e arrivi dai clienti che sei senza voce

all’otto morning di beck
la canzone perfetta da risveglio
da morning phase, disco prevalentemente acustico e cantautoriale, il beck che preferisco

al sette blackest eyes dei porcupine tree
che sono il mio archetipo di gruppo sottovalutato, vista la qualità della scrittura, dell’esecuzione e della prolificità

al sei top notch di manchester orchestra
boh, non so che dire , non saprei nemmeno accennarla, non ci sono più tornato sopra, mi stupisce che fossero così in alto tra gli ascolti di quell’anno

al cinque no cities to love delle sleater-kinney
gruppo che non conoscevo affatto, prima di questo disco, ma che era stato pompato così tanto nelle riviste online tipo pitchfork o stereogum o altre fighetterie che alla fine gli ho dato qualche ascolto, e poi mi sono lasciato prendere
non succede quasi mai, ma stavolta meritava

al quattro marry me, archie degli alvvays
una spudorata presa per il twee, ma che ci posso fare, sono adorabili

al tre frail and bedazzled degli smashing pumpkins
penso che per questo pezzo in questa posizione valga lo stesso discorso che per gli alice in chains al numero nove, cioè l’adolescenza che ritorna e che non ti molla, il muro di chitarre flangerate che ti consola e ti coccola da quando sei piccino e di cui senti il bisogno quando la vita si fa dura
frail and bedazzled from all the glare

al due kuraman dei soen
probabilmente perché dopo otto anni sentivo il bisogno di qualcosa di nuovo dei tool, e questi qui erano il miglior succedaneo disponibile sul mercato
chissà che fine hanno fatto

al primo posto delle canzoni più ascoltate nel 2015 c’è seeds dei tv on the radio
il primo disco loro dopo la morte del bassista, disco di una maturità e di una autorevolezza impressionanti
la canzone che dà il titolo al disco poi è una tipica loro meraviglia che mischia sesso e poesia, danza e scherzo, e non puoi non ballarci su col sorriso

so good, the empty space, mental erase, forgive, forgot

lago autoregalo di compleanno: riprendere in mano questo spazio rispolverando una delle sue tradizioni meno fesse, la compilation delle canzoni più belle dell’anno appena trascorso

problema: la tradizione di cui sopra è rimasta ferma all’anno del signore duemilatredici, e nel frattempo pare che il moto di rivoluzione della terra intorno al sole non si sia fermato, per non parlare di quello di rotazione
soluzione: recuperare pubblicando un post di compilation ogni paio di giorni, in modo da arrivare al 2022 in pari
considerando che negli ultimi anni ho pubblicato un post ogni otto-nove mesi, direi che è fattibile, no?
va be’, ci proviamo

chi si ricorda come era vivere e sentire musica nel 2014? sembra passato almeno un paio di vite nel frattempo, e dal punto di vista musicale qualche milione di ascolti, quasi mai nuovi
sì perché più si invecchia più si rimane ancorati a suoni e voci familiari, rassicuranti, e per quanto mi dia sempre l’obiettivo di allargare gli orizzonti è anche vero che gran parte delle liste che pubblicherò è ancora ben presente nelle rotazioni che accompagnano le mie giornate
a maggior ragione quando la tua vita non ti concede più momenti per dedicarti ad ascolti puri, concentrati, con la testa e il cuore collegati direttamente all’apparato uditivo e nient’altro
ormai la musica è solo un sottofondo, un accompagnamento, con poche distrazioni, e perché qualcosa salti all’orecchio deve davvero eccellere
vediamo cosa mi è rimasto del 2014

al numero dieci metto under the pressure dei the war on drugs
è la canzone che apre lost in the dream, che è un disco stupendo, coerentemente uniforme, soavemente fuori dal tempo, se fosse uscito dieci o venti anni prima sarebbe stato essenziale e necessario anche allora
è un disco che mi ha cullato e tenuto compagnia per tanti lunghi viaggi, mi suona di risvegli prima dell’alba e di ore in treno combattuto tra la troppa tensione e l’assenza di questa, il 2014 è stato l’anno in cui ho cambiato mansione e ho iniziato a macinare migliaia di chilometri a settimana, in cui nonostante tutto ho sofferto di più la solitudine

al numero nove dissolve me degli alt-j
perché sono cervellotici e spigolosi e sprezzantemente snob, e an awesome wave è un capolavoro
uno di quei dischi intelligenti che ce ne fossero

all’otto figure it out dei royal blood
un bel rockettone stoner basso e batteria, un disco breve e tiratissimo che si fa ascoltare
da qui a considerare questi due tardoadolescenti i salvatori del rock ce ne passa, ma insomma, erano una buona notizia di quel periodo

al sette sempre e per sempre di francesco de gregori
perché il 2014 è stato l’anno in cui sono diventato papà, in cui ho cantato le mie prime ninne nanne, e la più importante per me era questa, che considero una dichiarazione di amore e di presenza, qualunque cosa accada, dovunque tu sarai, se mi cercherai, sempre e per sempre, dalla stessa parte mi troverai

al sei coffee di sylvan esso
un disco inosservato, che avrò pescato grazie a chissà quale articolo anonimo su rivista specializzata, e che ho gustato quotidianamente come un buon caffè
e che da allora non ho più ritrovato

al cinque knock knock knock degli spoon
they want my soul è stato l’ennesimo disco solido e inattaccabile di una delle mie band preferite, e me lo sono divorato per tutto l’anno
adoro la voce di britt daniel, dovrebbero fargli cantare tutte cose

al quattro it’s never over (hey orpheus) degli arcade fire
la svolta dancereccia degli arcade fire, che avevo atteso e apprezzato da morire, perché la band non si era fermata ma anzi aveva fatto un nuovo passo avanti nella ricerca di nuove energie, guidati da quella vecchia volpe di james murphy
e poi la citazione della storia di orfeo ed euridice, forse banalizzata ma comunque potente, e quel giro, ragazzi, come si fa a non ballare?

al tre corso trieste dei cani
padri stanchi tornano a casa dal lavoro in moto, è quasi buio
ecco

al due almanac di volcano choir
il disco con la copertina più bella di tutti i tempi, e la sperimentazione che si sposa al cantautorato folk, e il risultato è migliore della somma delle singole parti

al primo posto my god is the sun dei queens of the stone age
parlando di dischi solidi in discografie già più che solide, e di concerti che mi sono perso per motivi familiari, ecco un esempio, anche se la canzone rimane legata ad una cover estemporanea ukulele e ovetti sulla spiaggia di formentera, ultimi sprazzi di irresponsabilità prima (prima?) della genitorialità a tempo pieno

sì, sono contento di questo regalo, me lo merito

parole incomprensibili siano le benvenute, così affascinanti, così consolanti, non è nemmeno umiliante non capirle, anzi, così riposante

lunasto leggendo un libro che è una raccolta di discorsi di accettazione del premio nobel per la letteratura, ovvero i testi di ringraziamento, dichiarazione poetica e riflessione sulla propria arte, scritti per l’occasione da alcuni dei più illustri intellettuali che sono stati onorati nel corso degli anni di questo prestigioso riconoscimento

e non tutti i discorsi di tutti i vincitori, ma quelli più politici, quelli cioè di coloro che hanno approfittato di quell’opportunità unica per lanciare un segnale, un monito alle generazioni presenti e future sul significato non della propria arte in sé, ma di questa inserita nel mondo e nella storia – insomma, vette irraggiungibili e terrorizzanti, a prima vista, non oso immaginare cosa significhi avere il compito di scrivere un testo del genere, ignoro quanto tempo passi da quando ti dicono che hai vinto il nobel a quando devi andare a ritirarlo, ma penso che non riuscirei a mettere insieme due parole quantomeno dignitose nemmeno in una vita intera

a dirla tutta, però, a voler essere proprio spietato, vi dirò, i discorsi riportati non sono in fondo così interessanti, in gran parte, probabilmente pagano in verbosità e retorica lo scotto di salire su un podio di tale livello – a parte alcuni, tipo solzenicyn o neruda, che ti travolgono – e il libro tutto sommato non è imprescindibile
resta però il forte stimolo motivazionale: scrittori illustri, autori invincibili, che si interrogano come ogni essere umano sul significato della propria opera, e giungono alla consapevolezza di una condizione comune di fragilità e al contempo al richiamo ad un senso di responsabilità universale, che trascende arte e letteratura e vuole coinvolgere tutti, dagli accademici ai letterati, fino ai blogger di periferia (che non vengono ancora citati formalmente ma sono ancora a metà, e resto fiducioso nel discorso del mio idolo brodskij), spingere tutti a dare un contributo pur minimo di bellezza e di verità per questo mondo cane

solitamente i discorsi motivazionali mi lasciano freddo, mi ricordano le sbrodolate dei film americani anni ottanta con lo spiegone del protagonista bello e buono che sempre solo contro tutto e tutti chiama alla riscossa altri lupi solitari come lui contro un nemico comune (di solito i russi, ma anche alieni, mostri vari, generiche creature disgustose che in linea di massima hanno l’unica colpa di non essere americane)
e invece qua si parla di arte e di rivoluzione, di letteratura e di impegno, di verità e di società, del peso di ogni parola, e di come ogni piccolo contributo è importante per la causa
non potevo rimanere indifferente

ho tenuto questo blog in pausa per tanto tempo, ripetendomi che ormai sono vecchio, che non fa più per me, che ormai preferisco leggere e assorbire, assaporare arte e bellezza, senza sentirmi in dovere di dare un contributo, che tanto non arriverebbe a nessuno
non scrivo più, così come non suono (quasi) più, perché preferisco leggere, ascoltare, guardare e toccare, perché le occasioni di crescita e di sviluppo sono tante e il tempo è così poco
e il mio segno non conta nulla, non incide, non rimane
e invece ora cambio idea, mi convinco che il segno non rimane perché non è abbastanza allenato, non è venuto l’arrotino ad arrotarlo, e l’arrotino sono io, e la mola è questo spazio

e perciò rieccomi qua, pronto a sfidare ancora la mia pigrizia e la mia sostanziale timidezza, la mia prudenza intellettuale, il sempre meno valore che do alla pena
e invece la pena vale, anche se me ne accorgo solo quando arrivo all’ultima parola

does the honesty deceive?

bloccarevoterò no al referendum
penso che il mero obiettivo di risparmiare soldi tagliando rappresentanza politica sia profondamente sbagliato, e nessuno degli argomenti dei promotori è riuscito a farmi cambiare idea
è vero, negli ultimi decenni abbiamo avuto rappresentanti che facevano ridere, per usare un eufemismo, ma non sono stati scelti dal basso, le liste elettorali sono bloccate, i posti in graduatoria li scelgono i capipartito, la selezione avviene già nelle sezioni, a voler essere ottimisti, o in una stanzetta del quartier generale, a voler essere realisti
quindi, se vogliamo, c’è tutta una questione legata ad una migliore selezione dei candidati da parte dei dirigenti dei partiti, legata a sua volta ad una maggiore partecipazione alle selezioni da parte dei tesserati, legata a sua volta a un coinvolgimento nella vita politica dei partiti di un numero maggiore di cittadini, ma sono tutti temi che esulano dal nucleo del referendum
anzi, tagliando i parlamentari, abbattendo la rappresentanza, si rischia facilmente di far disinnamorare ancora di più le persone alla vita politica: cosa potrà mai fare per me un eletto che rappresenta oltre a me qualche centinaio di migliaia di altri cittadini?

c’è chi dice che per risparmiare qualche soldo si poteva direttamente tagliare ai rappresentanti lo stipendio, ma non sono d’accordo nemmeno con questa ipotesi, visto che in questo modo li renderemmo ancora più soggetti ad influenze e pressioni, interne o esterne
(io anzi sarei per coprirli di soldi ancora di più, in modo che il miliardario prestato alla politica di turno non riuscirà più a comprarseli, come purtroppo è avvenuto in un passato non così lontano)
se l’obiettivo è raggranellare qualche euro ogni anno per le casse dello stato, esistono modi più efficaci, più premianti e meno dolorosi per la democrazia

allo stesso modo, mi sembra una presa in giro anche l’altro grande tema portato dai promotori del sì al referendum, ovvero l’idea che con meno parlamentari si possa velocizzare l’iter di generazione e approvazione delle leggi: tralasciando il fatto che in questo paese buona parte dei provvedimenti arriva direttamente dall’esecutivo, ma se l’obiettivo era velocizzare allora sarebbe stato meglio combattere il bicameralismo perfetto, evitando la doppia discussione in aula, distinguendo le funzioni delle due camere in maniera definita e inequivocabile, un lavoro costituzionale molto delicato e preciso, che avrebbe richiesto tempo, ma soprattutto visione e competenze, cose di cui gli attuali picconatori scarseggiano

sullo sfondo di tutto questo – che, lo ricordo, è una modifica grave e pericolosa alla nostra carta costituzionale – c’è infatti il grande tema irrisolto del significato politico del movimento cinque stelle, ad oltre dieci anni dalla nascita
ma voi ve le ricordate le cinque stelle per cosa stavano? dunque, vado a memoria: acqua, ambiente, internet… boh, se non cerco su google non me le ricordo nemmeno io
sarebbe interessante fare la stessa domanda ai parlamentari del movimento, per vedere se hanno ancora ben a mente su cosa hanno fondato la loro militanza, visto che nell’ultimo paio d’anni di governo hanno lasciato da parte in maniera disarmante qualsiasi tipo di coerenza politica, qualsiasi pilastro su cui basavano la loro esistenza e la loro attività, basti pensare al vincolo dei due mandati o alle alleanze/inciuci con altri partiti, per non parlare di tav, tap e ilva
(per non parlare dell’onestà)

cinque stelle che vogliono portare a casa almeno una vittoria, con questo referendum, e come al solito festeggeranno il togliere: che siano soldi, che sia potere, che sia rappresentanza, che siano diritti, il movimento di beppe grillo è stato fondato ed è cresciuto come un rampicante sempre più infestante sull’idea che togliere sia una cosa bella, togliere e basta, senza restituire, senza nessuna visione costruttiva, senza un’idea di cosa chiedere in cambio
un movimento populista per definizione, che ha fatto della rabbia contro la famigerata casta la sua raison d’être, e che poi una volta al potere si è fatto casta esso stesso, dirottando la rabbia del suo elettorato immediatamente verso qualcos’altro, verso il diverso, verso lo straniero
un movimento che ha sdoganato la violenza in politica, i vaffa, i bibbiano, in un paese dove la violenza ha sempre fatto danni e vittime, e che ha cambiato idea su tutto
e che ora sbandiera questo referendum come unico vero obiettivo
io voto no

i’m not trying to make a difference, no way

pendio
effettivamente twitter, per chi non ci è mai entrato, è inebriante
twitter per un orsetto come me poi capirai
sarà che non sono affatto abituato ai social network, ma sono bastati due-tre mesi e sono sprofondato, ne ho proprio abusato, ammirando la sagacia e la rapidità di risposta dei battutisti tranchant sull’attualità, ma soprattutto apprezzando la contrapposizione di dialettiche – per quanto costrette al limite dei caratteri, o forse proprio per quello – e di punti di vista su tematiche politiche non annacquate dai riflettori televisivi e dai ghirigori retorici delle pessime scuole d’oratoria degli ultimi venti-trent’anni
(cerco di mantenere un certo livello per la mia bolla)

e poi la quantità di materiale fotografico e video direttamente dai luoghi in cui si fa la notizia, se non la storia
lo dico perché una delle cose che mi ha colpito di più, e che ho seguito e continuo a seguire, è la reazione di parte del popolo americano all’ennesimo sopruso della polizia fascista contro le minoranze afroamericane
parlo di george floyd, del suo brutale, spietato, insensato assassinio da parte di un gruppo fin troppo numeroso di poliziotti a minneapolis qualche settimana fa, e di come da allora sia divampato un incendio di proteste in tantissime città americane, nonostante il lockdown
incendio che non solo ha coinvolto mezzo paese, ma che in parte sta ancora bruciando, malgrado l’attenzione dei media tenda a seguire quella del pubblico e dunque a cambiare argomento “caldo” almeno tre volte al giorno
proprio questo mi colpisce: che sia una battaglia prolungata, che non si sia accartocciata alla prima carica di manganelli e lacrimogeni, che le proteste siano continuate e se possibile cresciute, organizzate, che una reazione che poteva sembrare estemporanea abbia portato anzi a raccogliere e convogliare le richieste di tante voci diverse, senza che si frammentasse tutto o che perdesse di intensità
un’utopia per la sinistra italiana, almeno dai tempi di genova, ma tant’è, gli americani possono insegnarci cose che mai avrei pensato

inevitabilmente, mi capita di imbattermi in parecchi tweet del presidente trump, che com’è noto è uno dei più costanti e irrefrenabili contributori della piattaforma, ma leggerlo mi fa spavento prima ancora che ribrezzo
un uomo che in linea teorica ha con sé la valigetta che contiene il megapulsantone rosso per la distruzione del mondo, non può essere così squilibrato e soprattutto apparire tale, semplicemente non può

non può vomitare di continuo frasi senza senso, senza coerenza, piene di odio e di falsità, piene di sfottò verso chiunque, piene di acredine e violenza, da uber-bullo delle medie
è l’esempio perfetto che racchiude tutti gli aspetti più negativi della disintermediazione tra potere e popolo, e pure all’ennesima potenza
un danno devastante per quella che si autoconsidera la più grande democrazia del pianeta, nemmeno con berlusconi si assisteva a dinamiche del genere, non so proprio come riusciranno a venirne fuori

altro leader di twitter, nonché di qualsiasi altro social network realizzato dall’uomo e che per misericordia divina non frequento, è il leader della lega matteo salvini, che non avrà la stessa frequenza a mitraglia nella pubblicazione del presidente americano, ma di certo riesce a calamitare l’attenzione più e meglio di chiunque altro
ecco, questa sottomissione alle sbruffonate e alle maramaldate della destra, questa sudditanza politico-culturale – che poi di politico-culturale non c’è nulla, a meno che non vogliamo chiamare così i baci ai prosciutti e i richiami al razzismo – alle sparate di salvini da parte della maggioranza dei commentatori di sinistra, è qualcosa che vorrei vedere sempre meno, perché non è possibile che per definirci dobbiamo per forza contrapporci alle bestialità della “bestia”
mi piacerebbe che si riuscisse a far emergere altri argomenti, a sostenere altre battaglie, più di appartenenza, come quelle che porta avanti aboubakar soumahoro, forse il miglior leader apparso recentemente sulla scena a caricarsi sulle spalle una sinistra sempre più evanescente
mi piacerebbe che trovassimo un linguaggio comune per dare voce alla nostra comune sensibilità, che non sia solo uno scandalizzarsi quotidiano ai punti sempre più bassi toccati dalla comunicazione di quello là, ma una traduzione delle tante tensioni che porti a obiettivi condivisi, perché quello che è successo negli usa, la reazione di cui parlavo sopra, sia replicabile anche qui
sia chiaro, non chiedo questo a twitter, che è solo una piattaforma
ma se chi la frequenta riesce a cambiare un minimo la prospettiva, saremo un po’ meno soli

helplessness blues

chitarrista

l’ascesa inaspettata di patrizia baffi“, titola la sempre meno digeribile repubblica.it per narrare le gesta della consigliera lombarda che ha ottenuto la presidenza della commissione di inchiesta sulla gestione dell’emergenza covid-19 nella regione
chissà perché inaspettata
forse perché è il primo caso di consigliera di minoranza che ottiene la nomina grazie ai soli voti della maggioranza, ma a quanto pare la signora non sembra farsene un problema
caso strano, certamente, allo stesso livello di coincidenza di quanto successo solo poche settimane fa proprio alla stessa consigliera, che dai banchi scomodi dell’opposizione ha esercitato il suo diritto di astensione in occasione del voto di sfiducia al presidente della regione, in questo modo salvandolo, dopo che la mozione era stata presentata dalla minoranza proprio sugli argomenti su cui la nuova presidente dovrà indagare
ma insomma, bisogna proprio essere maliziosi per pensare che ci sia un accordo sottobanco tra leghisti e italiavivaisti su questa nomina, per carità, lungi da me

e poco male se la regione lombardia è e sarà per sempre e per tutto il mondo civilizzato l’esempio più brillante su come non gestire un’emergenza sanitaria
un dolorosissimo miscuglio di ignoranza, incompetenza e decisioni scellerate, condite da un protagonismo inverecondo e a dir poco inopportuno
pochissimi tamponi rispetto al numero di malati ma anche al numero di abitanti, ritardi letali nelle forniture di dpi al personale sanitario e ai medici di famiglia, esitazioni maligne nella istituzione della zona rossa nel primo focolaio in europa, complicità con assolombarda nei trucchetti per aggirare il lockdown, presenza perenne nei media per tagliare nastri di opere inutili e giustificare politiche dementi e devastanti
il sovranismo lombardo (che è il vero sovranismo leghista, perché che i confini patri siano celebrati da chi per decenni ha avuto come primo obiettivo del suo partito – e come primo articolo del suo statuto – la secessione della padania mi sembra quanto meno improbabile, oltre che profondamente ipocrita) messo alla prova ha mostrato un abisso di incompetenza gestionale e arroganza fumosa, trasformando milano nella capitale mortale e la lombardia in un caso di vergogna internazionale per generazioni

e i due mattei, sapendo questo, mettono da parte il distanziamento e ben volentieri si congiungono sotto il tavolo per difendersi e insabbiare, mentre i due pupazzi primi responsabili di questo sfacelo restano tranquilli al loro posto, sapendo di poter contare su affetti stabili quelli sì inaspettati

for the life of me, i cannot remember what made us think that we were wise and we’d never compromise

fiore
la liberazione di silvia romano è forse la prima notizia positiva di questo 2020, ma la gioia che mi ha provocato è stata sufficiente a superare le montagne di schifezze vomitate dai fascisti sempre più numerosi e rumorosi di questo maledetto paese
e non sto parlando dei micragnosi leoni da tastiera, anonimi con bandierina tricolore, che fortunatamente su twitter (unico social network a cui sono iscritto, per altro da pochissimo) vedo solo di striscio, perché mi guardo bene dal seguirli, e ci mancherebbe

[poi un giorno dovrò fare un post sugli effetti dei social, che non fanno altro che amplificare una sorta di effetto “bolla”, piuttosto alienante e pericoloso per la coscienza, perché tendi a circondarti di persone che la pensano come te, a leggere quello che ti consola e ti rassicura e ti conferma nei tuoi interessi e valori, e a lasciare fuori una cerchia ristrettissima tutto il resto, e alla fine se non stai attento ti riduci a credere che il mondo la pensi come te, e poi ti risvegli che adriano galliani è senatore della repubblica e pippo civati non siede nemmeno in parlamento]

[io nel dubbio seguo solo gente che mi fa ridere, meglio se in maniera politicamente scorretta, benché alla fin fine sia anche quello un modo per punzecchiare il proprio punto di vista e ragionare criticamente sulle cose]

parlo dei fascisti sdoganati, istituzionalizzati, direi quasi “pop”, e quindi ormai sfondo della nostra quotidianità a cui siamo abituati (e non dovremmo mai), come i parlamentari leghisti che in giacca e cravatta dagli scranni di montecitorio blaterano di neoterroristi, o i titoli spudorati dei quotidiani fasciotrash (come li chiama gilioli su l’espresso) che sfrecciano su una ruota sola davanti agli occhi sempre chiusi delle forze dell’ordine dei giornalisti, fascisti che ormai non si vergognano più di nulla, perché non c’è nessuno che voglia fermarli, e finiscono puntualmente e acriticamente in tutte le rassegne stampa che seguo la mattina, mandandomi di traverso il tè
mi pare inconfutabile che negli ultimi giorni ci sia stato un significativo rigurgito nauseabondo, la conferma più fetida e sostanziale del fatto che non usciremo affatto migliori da niente in nessun caso

all the trees of the field will clap their hands

villalago
io a questa storia della volontà di parte della maggioranza di regolarizzare i braccianti schiavi che a migliaia si spezzano la schiena per noi nei campi del nostro paese spietato voglio credere, perché sarebbe un atto di umanità importante per questo governo, sarebbe finalmente il primo scarto a sinistra dopo l’orrida esperienza salviniana, da cui in quasi un anno nessuno ha finora concretamente preso le distanze

capisco che la scelta è dettata più che altro dall’esigenza popolare, anche in un periodo come questo, di mantenere il nostro solito insostenibile stile di vita occidentale, con tutta la frutta fresca e tutta la verdura sempre e comunque e dovunque sulla nostra tavola a prezzi stracciati
capisco che si propongono permessi a tempo, massimo sei mesi, giusto il tempo della stagione estiva, per poi ricacciare il nero nell’oscurità, occhio non vede elettore non duole
capisco anche che per i più scafati la proposta della bellanova è solo un pretesto per scardinare la già fragilissima intesa che tiene in piedi questo esecutivo, con i cinquestelle cui è bastato un annetto di convivenza con la bestia per sdoganare tutto il loro razzismo, schiacciati come sono sulle posizioni ingiustificabili del precedente ministro dell’interno

non che i democrats siano da meno, eh, con il loro dna da subalterni alle istanze più destrorse, visto che per decenni hanno ben pensato di evitare qualsiasi politica di sinistra “perché così si fa il gioco di x” (berlusconi/bossi/fini/salvini/meloni/pacciani/goebbels/moggi.. decidete voi), salvo poi fare esattamente la politica di x, copia annacquata dell’originale, puntualmente spianandogli in questo modo la strada alle elezioni

e capisco che dietro la minaccia di dimissioni della sua ministra marcia tantissimo l’altro matteo, quello che parla coi morti, perché una crisi di governo in questo momento storico sarebbe proprio la ciliegina sulla sua torta di perfetto, puntuale, birichino rottamatore (della politica, delle istituzioni, dell’italia intera)

ma voglio essere ottimista una buona volta, e pensare che una proposta del genere, per quanto spuntata e smussata e ipocrita e assolutamente perfettibile, è comunque una proposta del tutto sovversiva per l’italia del 2020, e spero con tutto il cuore che possa essere portata a casa, per ridare speranza e dignità alle lotte dei più deboli contro gli italianissimi caporali/capitali mafiosi, e affinché sia un punto di partenza per altre battaglie

my head is my only house unless it rains

finestra 2

(domani festeggio due mesi da eremita montanaro tappato in casa, almeno riapriamo qui, facciamo prendere un po’ d’aria)

mi sembra di capire che questa benedetta fase due, che per chi non lo sapesse è arrivata oggi, non nasconda grandi passi in avanti dal punto di vista della lotta al nuovo coronavirus
intendiamoci, i due mesi di sacrifici, di isolamento, di chiusure, di casse integrazioni, di piccole imprese spazzate via, di totale incertezza, per me sono stati sacrosanti, inevitabili per combattere e rallentare la pandemia
certo però non mi aspettavo che, alle porte della nuova fase, ci venisse ribadito “ora tocca a voi”

a noi è già toccato, e basta guardarsi intorno, mettere il naso fuori (ora che si può) per accorgersi con facilità dei danni che il lockdown ha generato, almeno di quelli più evidenti
a noi è già toccato e noi ce l’abbiamo messa tutta, per obbedire al buonsenso e combattere ritirandoci
a noi è stato sempre chiaro che la salute viene prima di tutto

questi due mesi dovevano piuttosto servire al governo per mettere in campo una strategia vera e propria per fronteggiare e concludere la pandemia una volta superata la fase critica, e invece pare che stiamo aspettando sulla riva del fiume il cadavere del virus con la corrente
sembra di stare in uno di quei film horror tutti uguali, in cui la giovane indifesa sopravvissuta sente dall’altro lato della porta i passi dell’assassino che si avvicinano e poi si allontanano, e allora pensa di aver scampato il pericolo, e invece appena mette un piede fuori…

mi dispiace per il pessimismo, ma non riesco a stare tranquillo
se da un lato i numeri di vittime e malati gravi sono effettivamente scesi, dall’altro rimangono circa duemila persone che ogni giorno, a fronte delle misure di isolamento sociale e chiusura imposte dal governo, continuano ad ammalarsi: come è possibile? dove si ammalano? qualcuno sta tenendo traccia di questi nuovi contagi, investigando sulle modalità di trasmissione, oppure ci si limita a prendere le generalità per compilare le squallide tabelline excel della protezione civile?
ci sono regioni che hanno messo in piedi una strategia, vedi il veneto, con i tamponi a tappeto anche per i contatti dei contagiati, per gli asintomatici, che ha permesso un contenimento della pandemia imparagonabile a quanto avvenuto nella vicina lombardia
eppure a livello nazionale le buone pratiche non risalgono, o se lo fanno non ce lo dicono chiaramente, anzi, arrivano voci, gli esperti si contraddicono, si parla di “misure allo studio”, ci si incaponisce su una app che avrà un valore piuttosto basso se su base volontaria, si insiste sulle mascherine e i congiunti e il tu e altre amenità che personalmente mi lasciano sgomento
insomma, non ho capito quale sia la politica sanitaria di questo governo, non ho capito nemmeno se esiste (la politica sanitaria)
e non posso fare a meno di sentirmi pessimista

attenzione però, non quel pessimismo superficiale da quattro soldi di quelli che sotto al video di un autobus affollato commentano “i soliti italiani! non ce la faremo mai!”, come se la gente prendesse i mezzi per puro sfizio e non perché metà delle imprese italiane è rimasta aperta anche nel pieno del lockdown
parlo di pessimismo di sistema, strutturale, perché temo di aver buttato nel secchio due mesi di vita mentre le migliori menti delle nostre istituzioni perdevano tempo, buttando alla stampa “misure allo studio” per poi ritirarle dopo le prime reazioni negative, tappando le falle più grosse e sostanzialmente affidandosi ad una poco plausibile (e comunque poco vicina) estinzione naturale del virus, con la responsabilità che è sempre in capo a noi

may the fourth be with all of us